Contro il giorno

Novembre 30, 2009 di ilnomedellarosa

di Amedeo Buonanno

 

Thomas Pynchon, Contro il giorno, Rizzoli, 2009, 1136 pp.

Thomas R. Pynchon è sicuramente uno degli autori americani più interessanti della letteratura contemporanea. La sua riservatezza, diventata leggendaria tanto da farne lo scrittore recluso per antonomasia, insieme ad alcune sue particolarità, come l’invio del comico Irwin Corey a ritirare per lui il prestigioso National Book Award nel 1974 per Gravity’s Rainbow o come il rifiuto della Howells Medal dell’American Academy, sempre per Gravity’s Rainbow, dovuto ad una mancata assegnazione del premio Pulitzer per lo stesso libro, ne fanno un personaggio sui generis ed interessante. Il nostro interesse qui, però, non è rivolto al personaggio Pynchon ma al suo penultimo romanzo, Contro il giorno, pubblicato negli Stati Uniti nel 2006 ma che solo quest’anno, dopo tre anni di lavoro, viene pubblicato da Rizzoli nella traduzione di Massimo Bocchiola. Il libro si presenta imponente già a prima vista con le sue 1127 pagine che rappresentano un deterrente per molti lettori e uno stimolo per gli appassionati. Nella sua mastodontica mole è racchiusa un’infinità di storie e di personaggi che, come spesso capita nei romanzi di Pynchon, sono uniti da fili conduttori che solo durante la lettura vengono man mano messi a fuoco e non necessariamente in modo definitivo.

Alchimie d’amore

Novembre 30, 2009 di ilnomedellarosa

di Giuseppe Panella

 

La padronanza ermetica della parola. Maria Grazia Maramotti, Alchimie d’amore, Introduzione di Emerico Giachery, trad. inglese di Alberto Sighele, Pasian di Prato (UD), Campanotto, 2005

La maggiore peculiarità (ma tra le altre, sia chiaro in linea di principio) di questo ultimo volumetto di poesie di Maria Grazia Marmotti è quello della doppia lingua in cui si può leggere. La traduzione inglese delle liriche, a cura di Alberto Sighele, ha il compito di esplicitare in misura più articolata e più netta la dimensione assoluta in cui i testi vogliono collocarsi rendendoli comprensibili anche a non italiani. Ma forse ci sono anche altre ragioni per questo sulle quali sarà meglio soffermarsi in seguito. La dimensione cosmopolitica del testo non stupisce anche in ragione della dedica a Tullio Grado de Petris von Herrenstein sulla cui natura più intima, però, non mi sembra il caso di soffermarsi (essa attiene, infatti, alla sfera personale della vita dell’autrice).

Quello che conta, tuttavia, a mio avviso, è la dimensione di poetica in cui il testo affonda le proprie radici liriche.

Alchimie d’amore vuole essere un omaggio alla passione umana e alla sua capacità di trascendersi in uno sforzo di trovare la propria giustificazione in un contesto più universale, se non cosmico. Come scrive Emerico Giachery nella sua Introduzione al libro, con una prosa spesso complessa e ricca di agganci e allusioni volutamente riverberantisi sul lavoro della Marmotti in una sorta di loop di citazioni:

Quando verrai

Novembre 25, 2009 di ilnomedellarosa

Il tocco. Laura Pugno, Quando verrai, Roma, Minimum Fax, 2009

«Lui e Montserrat sono nella stanza accanto, dove Ethan ha dormito da solo la notte prima. Tendendo l’orecchio nel silenzio quasi intollerabile della campagna Eva cerca di cogliere le loro voci basse, interrotte da scoppi di risa, di cui le arriva solo qualche parola. I fantasmi di Ethan e Sofia, ventenni in quella stessa casa, hanno forse ripreso possesso di quei corpi consumati, ormai privi di ogni strato di grasso. Quando verrai, aveva detto Sofia, o così le ha raccontato Ethan. Quando verrai a cercarmi, io sarò qui» (p. 107).

E’ il flashback toccante e preciso mediante il quale si apprende il perché del titolo di questo romanzo breve di Laura Pugno, testo narrativo che segue ad altre sue prove letterarie in versi (Tennis, Varese, Nuova Editoriale Magenta, 2002 e Il colore oro, Firenze, Le Lettere, 2007) e in prosa (i racconti di Sleepwalking, Milano, Sironi, 2002 e Sirene, Torino, Einaudi, 2007) o infine scritte per il teatro (DNAct, Arezzo, Zona, 2008).

Quando verrai è, innanzitutto, una quest, poi diventa una variazione significativa nell’ottica del “romanzo di formazione”, infine si trasforma in una vicenda giocata sul registro del fantastico.

 

Eva, Leila, Stasi, Vladimir, Ethan, Montserrat /Sofia sono i personaggi che si aggirano in questa vicenda esemplare ambientata nelle terre del delta, dove il nulla si congiunge al mare e dove tra una stazione di servizio, un ristorante per camionisti, un ospedale ai bordi periferici della città e l’autostrada non c’è soluzione di continuità con la campagna, il bosco e la spiaggia. Il luogo dove questa storia è ambientata potrebbe essere ovunque purché ai confini della civiltà e poi, in seguito, anche a quelli “della realtà” (per citare il titolo della famosa serie televisiva scritta da Rod Serling).

Giuseppe Panella

Un refuso

Novembre 25, 2009 di ilnomedellarosa

Apprendo che c’è un refuso all’origine de Il nome della rosa. Il famoso distico con cui si conclude il romanzo sarebbe in realtà questo: “Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus”. L’allusione è al declino della città eterna. Mi chiedo se un capolavoro dell’arte o della letteratura possa scaturire da un errore.

I diari del Polo

Novembre 23, 2009 di ilnomedellarosa

I Diari del Polo è curato da Filippo Tuena (già autore del capolavoro Ultimo Parallelo), con traduzione e postfazione di Davide Sapienza ed è la prima traduzione moderna, a quasi un secolo dalla sua pubblicazione, di questo documento vibrante e affascinante.

Immaginate, presentare I Diari del Polo di Robert Falcon Scott al Museo dell’Antartide di Genova. La cosa, già di suo, mi fa venire i brividi, anche se già nel 2007 ebbi l’onore di essere invitato in questo luogo sacro per ogni amante e studioso dei Poli. La saga del capitano Scott al Polo Sud - assieme a quelle di Shackleton, Mawson e del capitano Mackintosh – è la più dolorosa e anche quella che ha letteralmente creato la figura dell’esploratore eroe nel primo ventennio del secolo scorso nel grande continente bianco: questo nonostante le grandi imprese dei norvegesi Fridtjof Nansen prima, in Groenlandia e al Polo Nord, e di Roald Amundsen che aperto il passaggio a Nordovest mentre Scott moriva in una tenda abbandonata a se stessa nel deserto bianco, era già in viaggio per la Norvegia sulla nave Fram dopo essere arrivato per primo al Polo Sud.

Metamorfosi del giallo

Novembre 23, 2009 di ilnomedellarosa

di Alessandro Ansuini

Non era il surrealismo i colori si celavano vicendevolmente e attorno ad ogni persona gravitavano una serie di pianetini dalle diverse attrazioni fra i quali fluttuare, detestare e arrampicarsi. Attuavano diverse politiche le mani dai piedi e dalle dita stesse mentre nel mezzo della tempesta, se prendevi una macchina e guidavi nella neve i fiocchi esplodevano come fuochi d’artificio continui sul parabrezza della fronte. Arrivando dalla campagna alla città le sequenze si facevano geometriche e cominciavano a inanellare teorie di trattini, di piccole sfere, l’occhio pulito poteva lasciarsi scorrere sulla corteccia milioni di scritte in cromatismo senza possederne la traduzione, ma d’altronde quest’uomo nuovo, e dico nuovo perché è adesso, non ha nessun atteggiamento di rivalsa se non verso di sé, non possiede niente e non ambisce a coltivare nessun linguaggio, lasciando il pensiero manifestarsi senza sillabe, in liquidi.

Quando internet non c’era

Novembre 19, 2009 di ilnomedellarosa

De profundis. Angelo Morino, Quando internet non c’era, Palermo, Sellerio, 2009

In principio vi fu Leonardo Sciascia (quando ancora la Sellerio si chiamava Esse Edizioni e lo scrittore di Racalmuto vi pubblicava gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel); poi curatori, autori di culto e consulenti più o meno prestigiosi si sono susseguiti – Antonio Tabucchi, Beppe Benvenuto, Salvatore Silvano Nigro – ma sicuramente uno dei più costanti e dei più appassionati è stato Angelo Morino. In questo suo romanzo postumo trovato nel suo computer, dopo la sua morte improvvisa a cinquantasette anni, l’ispanista piemontese descrive non tanto il suo rapporto con la casa editrice palermitana con la quale ha collaborato a titolo diverso (traduzione, introduzione, postfazione, scelta delle opere da pubblicare) per ben centocinquanta volte quanto la propria vita di uomo e di studioso. Ma le sue non sono tanto le “memorie di un universitario” (come erano state le pur prestigiose scritture in limine mortis di Cesare Cases citate nel secondo esergo del libro) quanto quelle di un appassionato “amatore di letteratura”.

Giuseppe Panella

Via del campo

Novembre 19, 2009 di ilnomedellarosa

“Via del Campo”, di Fabio Beccacini, ed. Frilli (ISBN 978-88-7563-503-9)

Intervista a cura di Marino Magliani

HO INIZIATO A SCRIVERE PERCHE’ IN ITALIA NON FUNZIONANO I TRASPORTI

D: Perchè ha iniziato a scrivere?

R: Ho iniziato a scrivere perchè in Italia non funzionano i trasporti. Era il primo anno universitario ed ero uno studente fuorisede. Prendevo la corriera e non arrivavo mai. Prendevo il treno e non arrivavo più. Andavo a piedi e mi perdevo. Alla fine ho iniziato a scrivere. Prima le indicazioni stradali, la strada giusta. Se no, non tornavo a casa. Poi i nomi dei bar che incontravo per la strada. C’erano un sacco di feste a quel tempo. E continuavo a non tornare a casa. Poi ho scritto poesie, lettere d’amore, bestiari. Tutto nel cassetto. Alla fine ho iniziato a scrivere romanzi e a tirarli fuori dal cassetto. Comunque i treni continuano ad arrivare in ritardo. Non è servito a niente. C’è un detto che dice “nei manicomi ci sono due categorie di matti. Quelli che pensano di essere Napoleone e quelli che vogliono risanare le Ferrovie dello Stato”. A proposito i taxi come sono messi?

Charleston

Novembre 16, 2009 di ilnomedellarosa

Testo e foto di Giovanni Agnoloni (già pubblicati su AlibiOnline)

 

Ho realizzato questo viaggio, queste foto e questi filmati con Agnieszka Moroz, che oggi non è più fisicamente con me, ma continua e continuerà sempre ad accompagnarmi. Tutto quello che scrivo, da oggi, è anche e soprattutto per lei.

Quando atterrammo a Charleston, South Carolina, ci accorgemmo subito che il tempo era tutta un’altra cosa, rispetto al Maryland e alla Pennsylvania, da cui arrivavamo. Se lì la primavera era appena agli inizi, qui era quasi sfacciata.
Massimo Maggiari, scrittore e docente di Studi Italiani al College of Charleston, ci aspettava nella sala degli arrivi. Era la prima volta che ci incontravamo, dopo numerosi scambi di e-mail e varie chiacchierate via Skype. Avevo letto il suo Dalle terre del Nord (ed. Vivalda), un bel libro sulle solitudini sub-polari e alpine, e lui era rimasto incuriosito dalle mie ricerche tolkieniane e dalle mie attività letterarie su internet e non. Così mi aveva invitato a parlare ai suoi studenti, non solo di fantasy, ma anche del mestiere di scrittore in Italia, oggi.
Massimo, appassionato di sciamanesimo, porta sempre il suo tamburo inuit, nel sedile posteriore dell’auto. Lo picchiettò subito, per darci in benvenuto. Poi partimmo verso la città. Tutt’intorno c’erano un’atmosfera e un paesaggio pre-tropicali. Vegetazione abbondante e fiumi larghi, che sapevano di oceano. Infine arrivammo in centro.
Le strade di Charleston, dove fu girato il celeberrimo film Via col vento, avevano un’ombra di antico e quasi di trascurato, fuso a tal punto con la sua bellezza tra il classico e il coloniale che non si sarebbe potuta individuare la linea di confine.
Il cielo era gonfio, ma non c’erano nuvole cattive; solo un senso di umidità rappresa. L’aria era pregna di verde. Giardini, villette che evocavano anni passati di segregazione razziale e un sentore di disordine, tra il livornese e l’africano. Un posto di mare, anche se l’oceano è un po’ più in là – il cuore del nucleo urbano è compreso in una sorta di triangolo tra l’estuario del fiume Ashley e quello del fiume Cooper, che qui confluiscono.

Medusa

Novembre 16, 2009 di ilnomedellarosa

Il regista al centro di cinematografia di Chierimedusa

Un’emozione profonda sostenuta da centinaia di inquadrature, di soluzioni molto coraggiose nel campo della grafica, dell’animazione, della musica, una vicenda drammatica raccontata con uno stile e un equilibrio rari nella cinematografia di oggi: è il docu-film di Fredo Valla “Medusa. Storie di uomini sul fondo” – storia di un sommergibile italiano affondato nel mare di Pola durante la II Guerra mondiale, per giorni e giorni 14 uomini rimasero intrappolati sul fondale, e infine morirono nonostante il tentativo di soccorrerli – che viene presentato domani alla scuola di animazione del Centro Sperimentale di Cinematografia di Chieri.
Fredo Valla, regista che aveva firmato il soggetto e con Giorgio Diritti la sceneggiatura de “Il vento fa il suo giro”, film sulle valli occitane divenuto un caso cinematografico (grazie al tam tam del pubblico di tutta Italia, e a tanti riconoscimenti internazionali, compresa la candidatura al David di Donatello) dalle 14 alle 16.30 terrà un seminario per gli studenti con Francesco Vecchi, che ha frequentato il corso e che ha realizzato le animazioni di “Medusa