Il ritorno dell’Ofisauro

Luglio 12, 2009 by ilnomedellarosa

Ora, nel merito dei temi trattati da questa poesia, ciò che risulta centrale è il concetto di un amore come possibile salvezza (concezione fin troppo abusata), sentimento sofferto e tradito (nel senso più vicino all’etimo), ma alla fine sempre ricercato attraverso una dimensione ottativa del verso: […] e penso all’amore / come attimo di destino, acqua nel palmo / infine, non so più nulla. / Come sul lago di canne che tace / l’anatra sapiente vola sui corpi / nostri ancora, intrecciati (p. 36). Dove la gioia coincide con la nascita e con la vita e, a sua volta, con la sua complicazione infinita nel vortice dei segni, la ribellione nei confronti di un’immagine omologata del mondo e una voglia estrema di libertà si ritrovano realizzate a pieno. Il riferimento a tanta poesia francese del secolo scorso non sarebbe incomprensibile, perlomeno affascinante, tenendo conto che quella della Perrone usufruisce di un immaginario completamente diverso, pur basandosi sull’espressione di emozioni simili e di una facilità di pensiero speculare: Nella bocca spalancata dei manichini / ci stanno gli alveari / e sono come le estremità delle malattie / dove trovi l’amore / dove c’è un alfabeto cubitale / sul muro e non occorre / una diottria particolare / ma tutto un talento diverso / da quello che credevamo. (p. 40).

recensione di Angelo Petrelli

Marta

Luglio 12, 2009 by ilnomedellarosa

Marta l’à quarantatrè àni.

Da vintizhinque ‘a grata

cornìse co’a carta de véro,

el tanpón, ‘a ghe russa via

‘a vernìse dura dae curve

 

del ‘egno; e ghe ‘à restà

come un segno tee man:

carézhe che sgrafa, e onge

curte, da òn. I só bèi cavéi

biondi e bocoeósi i ‘é ‘dèss

 

un grop de spaghi stopósi

che nissùna peruchièra pòl

pì tornàr rizhàr. Co’a cata

‘e só care amighe maestre

o segretarie, ghe par che

 

‘e sie tant pì zóvene de ea,

‘a ghe invidia chee onge

cussì rosse e longhe, i cavéi

lissi e luminosi, chii déi

ben curàdhi, co’ i sii pàra

 

drio ‘e rece, i recìni. Le

varda e spess ‘a pensa

al só destìn: tuta ‘na vita

persa a gratàr, a gratarse

via dal corpo ‘a beézha.

Fabio Franzin

La strana inquietudine

Luglio 1, 2009 by ilnomedellarosa

Intorno lusso e calma, soltanto espressioni di bellezza e pensiero.
Nessuno muore più, nessuno sta male.
Si moriva ancora una volta, qualcuno aveva fame, quando eravamo giovani; ma quanto tempo è passato?

Ripassiamo l’italiano

Luglio 1, 2009 by ilnomedellarosa

Molto spesso siamo assaliti da dubbi amletici quando dobbiamo formare il plurale dei sostantivi che finiscono in “-io”: lenocini o lenocinii? Oli o olii? Insomma, prendono o no la doppia “i”? La questione non è semplice in quanto occorre rifarsi all’etimologia e non sempre si è in grado di farlo. Si può, tuttavia, fissare una regola generale. I nomi in “-io” con la “i” tonica, vale a dire i sostantivi sulla cui “i”, nella pronuncia, si “posa” l’accento, prendono regolarmente la doppia “i” (ii): zio, zii; leggio, leggii; oblio, oblii; tramestio, tramestii. I nomi, invece, che hanno la “i” atona (sulla quale non cade l’accento tonico) nella forma plurale prendono una sola “i”, perdono, cioè la “i” del tema: olio, oli; bacio, baci; odio, odi; vizio, vizi. Vi sono dei casi, però, in cui una o due “i” possono creare degli equivoci è bene, quindi, mettere l’accento circonflesso (^) sulla “i”: principî (per non confonderlo con il plurale di “principe”); direttorî (per non confonderlo con il plurale di “direttore”); templî (per non confonderlo con il plurale di “tempo”). Non tutti i vocabolari, però, concordano su queste “regole”;

qualche consiglio in più

Monteverde

Giugno 29, 2009 by ilnomedellarosa

E’ appena uscito un libro che parla questa lingua: “Perso il lavoro, nutrito da varie promesse di libertà e autonomia unite alla leggendaria e cavalleresca figura della partita iva delle patrie lettere, donchisciotte post litteram, e perduto il peso forma di settantré chili o già di lì, imbolsito dalla birra belga e dai troppi aperitivi, m’ero arroccato in mansarda”. Chi ha il coraggio d’iniziare la narrazione con 4 temporali implicite in 6 righe scarse è Gianfranco Franchi che con questo Monteverde firma il suo primo romanzo per Castelvecchi (pagg. 310, 16 euro). Il nome non è nuovo a quelle che l’autore stesso chiama, con meno ironia di quanto s’immagini, patrie lettere. In contemporanea col romanzo esce infatti da Arcana Radiohead – a kid. Testi commentati (pagg. 438, 18,50 euro), che è, come dice il titolo, l’edizione critica e commentata dei testi di uno fra i gruppi rock più importanti al mondo. Nel 2007, per Alet, Franchi aveva pubblicato una preziosa plaquette con le Lettere alle tre amiche di Scipio Slataper. Slataper non è una scelta casuale per chi, come l’autore, vanti natali giuliani, austriaci e istriani. Un esule, un intellettuale ramingo sia come ubicazione sia come interessi. Monteverde è il quartiere dove Guido, alter ego narrativo di Gianfranco Franchi, conduce la sua vita di laureato precario e desideroso d’affrancamento. Come viva un intellettuale di talento e come provi a liberarsi dalle sue molteplici schiavitù è il tema di quest’opera non classificabile, ma strutturata come un poema epico in prosa. L’eroe è, inutile dirlo, Guido Orsini. Il testo affronta tutti gli snodi della vita di lui (in ordine: casa, lavoro, donne, musica, la Roma), li svolge ciascuno in 9 capitoli e li inframmezza con 5 interludi. Alla fine, un explicit veemente, dedicato alle patrie lettere, che sembrano davvero il centro della ricerca umana di Guido-Gianfranco. Anche soltanto per pensare un lavoro del genere, ci vogliono sicurezza e presunzione. A Gianfranco Franchi, per fortuna, non mancano né l’una né l’altra. Monteverde è un catalogo di idee e azioni, scritto in una chiave che, interpretazione autentica dell’autore, è quella dell’Unico e la sua proprietà di Max Stirner. Può darsi, non fosse che, quando si legge la passione con cui Guido Orsini ricorda e racconta le sue ragazze, vien fuori evidente un animo irriducibilmente cristiano.

Giovanni Choukhadarian

I cani hanno sempre ragione

Giugno 29, 2009 by ilnomedellarosa

 

Alcune delle poesie di questo libro le avevo lette mesi fa – d’altronde è facile quando si bazzica il web e l’autore ha un account in Facebook (le forme sempre più normali del marketing letterario contemporaneo). E non mi avevano impressionato.
Poi il 4 giugno sono andato all’Arci del quartiere Turro di Milano, dove Guido Catalano ha tenuto un recital delle sue poesie. E lì si è accesa la luce. Catalano riporta la poesia indietro di qualche secolo, e contemporaneamente la proietta avanti nel tempo garantendole un futuro. Indietro, quando la poesia era recitata e magari anche cantata su accompagnamenti musicali, e avanti, prendendo atto che il XXI secolo è quello della performance.

«I cani hanno sempre ragione», nella versione 3.0 è stato pubblicato dall’editore torinese SEEd nel 2007. Ma in realtà si tratta di un libro costruito pezzo per pezzo, cresciuto gradino per gradino. Il primo pezzo risale al 2000, ed era diviso in 3 capitoli: «Poesie non d’amore», «Poesie d’amore» e «Poesie del III tipo». Nel 2001 il testo si è arricchito di un nuovo capitolo: «Stanza 144». Nel 2007 si è aggiunto «Non ditelo ai bambini».
L’evoluzione del testo riguarda, all’apparenza, più le tematiche che le modalità espressive. Lo sguardo di Catalano, che in un primo tempo sembrava più concentrato sul privato e sulla proprie relazioni sentimentali, in seguito si rivolge all’esterno. Ma le parole che usa sono in pratica le stesse… il protagonista delle sue storie rimane il romantico erotomane che era, e anche i grandi temi della filosofia, della politica e della religione li tratta masturbandosi o sperando che la luce stupefacente del grande amore lo colga quasi inaspettata e lo riscaldi.

recensione di Guido Tedoldi

Intervista a Marco Guzzi

Giugno 23, 2009 by ilnomedellarosa

L’Europa, come idea, come progetto, come sogno, declina, si affloscia, e si eclissa insieme alle classi dirigenti che produce.
Massimo Cerofolini ha avviato su Radio Uno un ciclo di interviste sull’identità europea.
La prima la ha fatta a me.

Una lettera

Giugno 23, 2009 by ilnomedellarosa

… T’immagino lontano da me, in quel luogo così inconsueto, così estraneo perfino ai viaggi più avventurosi che solitamente facevamo quando ancora eravamo uniti. Questa scelta obbligata dipende da me, lo so, e te ne chiedo nuovamente scusa. T’immagino tra i tuoi libri, i tuoi quaderni, le tue penne, le tue matite, alla tua scrivania.

Andrea Sartori

Il mondo attraverso i Suoi occhi

Giugno 15, 2009 by ilnomedellarosa

Una settimana da Dio solo un film eppure tutti vorremmo l’opportunità di vederlo attraverso i Suoi occhi, vedere gli altri attraverso Colui che li ha creati creando anche noi. Ma non è necessario che Lui ci lasci il posto basterebbe solo leggere quel Vangelo e imparare da Suo figlio perchè l’amore è lasciare libero l’altro di amare ed essere felice, amarlo disposti a dare la vita per il suo bene. Amare il verbo più complesso, l’imperativo più difficile da realizzare se non attraverso i Suoi occhi abbandonandoci per primi all’amore.

e se ….

Giugno 15, 2009 by ilnomedellarosa

e se Matrix non fosse solo un film? se fossimo tutti personaggi di un grande videogioco? chi di noi guardando quel film non se l’è chiesto? chissà…. ognuno di noi chiederebbe di uscire o è meglio una realtà virtuale? nella second aipotesi basta poco, far finta di non vedere.