Alchimie d’amore

Dicembre 10, 2009 di ilnomedellarosa

La padronanza ermetica della parola. Maria Grazia Maramotti, Alchimie d’amore, Introduzione di Emerico Giachery, trad. inglese di Alberto Sighele, Pasian di Prato (UD), Campanotto, 2005

La maggiore peculiarità (ma tra le altre, sia chiaro in linea di principio) di questo ultimo volumetto di poesie di Maria Grazia Marmotti è quello della doppia lingua in cui si può leggere. La traduzione inglese delle liriche, a cura di Alberto Sighele, ha il compito di esplicitare in misura più articolata e più netta la dimensione assoluta in cui i testi vogliono collocarsi rendendoli comprensibili anche a non italiani. Ma forse ci sono anche altre ragioni per questo sulle quali sarà meglio soffermarsi in seguito. La dimensione cosmopolitica del testo non stupisce anche in ragione della dedica a Tullio Grado de Petris von Herrenstein sulla cui natura più intima, però, non mi sembra il caso di soffermarsi (essa attiene, infatti, alla sfera personale della vita dell’autrice).

Quello che conta, tuttavia, a mio avviso, è la dimensione di poetica in cui il testo affonda le proprie radici liriche.

Alchimie d’amore vuole essere un omaggio alla passione umana e alla sua capacità di trascendersi in uno sforzo di trovare la propria giustificazione in un contesto più universale, se non cosmico. Come scrive Emerico Giachery nella sua Introduzione al libro, con una prosa spesso complessa e ricca di agganci e allusioni volutamente riverberantisi sul lavoro della Marmotti in una sorta di loop di citazioni:

«Estraneo in toto, per essenza e vocazione, al minimalismo in apparenza ancora espanso (ma, spero, in progressivo declino), il libro che invito a percorrere. Aperto invece, ma senza ombra di enfasi, al sublime, per decenni bersaglio di gretta ostilità con impoverimento dell’umano, e che invece qui sopravvive persino “nella cenere”: “Ogni pura emozione / si sveglia … fiammeggia, sfavilla / e poi… nella cenere… / tracce di sublime”. Libro tutt’altro che estraneo ad aspettative del nostro tempo, non sbandierate, ma molto vive nel silenzio, coltivare solitario raccoglimento di quella ricerca “di frontiera”, psychical, che destò l’interesse appassionato di personalità come Henri Bergson, William James, Madame Curie, e che prosegue tenace, attenta a possibili spiragli, con documentazioni e strumenti sempre più rigorosi. Tra l’altro, ritengo che fra i traguardi oggi offerti alla poesia (dato e non concesso che debba porsi traguardi) primeggi quello di contribuire a risvegliare il senso dell’uomo cosmico, la coscienza di un’appartenenza cosmica. Plotino è reso qui nostro contemporaneo… » (p. 17).

Non saprei se tutto quello che Giachery attribuisce come evoluzione di patrimonio culturale a Maria Grazia Maramotti sia presente nel suo libro. Sta di fatto che l’ipotesi di una evoluzione alchemica dell’amore che lo trasforma, anzi lo trasmuta (per usare un termine più adatto all’argomento) in una sorta di balzo evolutivo verso la comprensione della realtà dell’esistenza e dell’esistente a esso collegato quale forma imprescindibile della sua manifestazione nel concreto della vita degli uomini.

Nutrimenti per l’anima

Dicembre 10, 2009 di ilnomedellarosa

NUTRIMENTI PER L’ANIMA di M. Teresa Santalucia Scibona. Una conversazione e un libro.

di Simona Lo Iacono

La poesia scava. E’ l’arma dei giusti. Il grido. E’ la verità che trova parola.
Non ha necessariamente una veste. Non deve raccontare una storia. La poesia è nata per tradurre un affioro di noi. Un’intuizione. Un guizzo o un desiderio.
Un dolore.
Da buona siciliana avvezza ai miti non ignoro che il suo spirito ha radici misteriose. A Mineo, ad esempio, dove Giuseppe Bonaviri è nato e dove il poetare era riservato alla notte, alle infumate di pane attorno a un focolaio, alle donne inginocchiate a spampinare cesti o a ricamare corredi, a Mineo, dicevo, esiste una pietra che la leggenda vuole ispiratrice di energie poetiche. Basta sedersi lì, dicono. E la voce scheggia impazzita, si riappropria di te. Ti si fa innanzi come una vestale che si offra all’uomo.
Non so se M. Teresa Santalucia Scibona abbia mai sfiorato la pietra. Se mai abbia risalito le straduncole di Mineo o se il canto le si sia frastagliato addosso zampillando dal cuore del sasso.
Ma se la natura trascolora dal cielo all’uomo, lei deve essersi trovata frammezzo a questo passaggio, deve averne forse aspirato una folata.
O deve avere vegliato molte notti sottocoperta, dove le folaghe dei venti arrivano da sud. Da quella pietra che venti di poppa e di prora sospingono ovunque.
Perché la sua poesia nasconde una radice di terra. Un’assonanza rapitrice con le forze primitive dell’uomo. Un inno travolto e scheggiato. La metafora, sempre travalicata dalla pietà, di noi.
Maria Teresa incanta la parola, la piega alla denuncia, alla domanda, alla commozione. Non fugge mai il senso. Non crede alla sorte.
In “Nutrimenti per l’anima” (Joker, pagg 70, € 11,00) è un viaggiatrice che naviga con bussolame ben piantato, con orpelli di nostromo esperto. Sa – e la scia delle correnti non la confonde – che la vita è stuporosa visione. Che va decifrata. E che i segnali sono le parole.

La vita autentica

Dicembre 8, 2009 di ilnomedellarosa

Vito Mancuso, La vita Autentica, Raffaello Cortina Editore, in uscita in questi giorni.

***

Che cos’ è il mondo, e che cosa sono gli altri, per ognuno di noi? Il mondo è uno scenario dove l’ Io, già costituito, si esibisce cercando la più ampia affermazione possibile, oppure è costitutivo dell’ Io il quale viene all’ esistenza solo come il risultato di una serie di relazioni? Si tratta di stabilire che ruolo giochi il mondo per l’ Io, per poi capire come l’ Io si debba comportare verso il mondo e verso gli altri che ne fanno parte. La mia tesi è che la relazione col mondo è costitutiva per l’ Io, il quale esiste in quanto frutto delle sue relazioni. Ovvero: Io = relazione .Dalla nostra stessa natura emerge che il modo più adeguato di vivere è quello a favore dei cosiddetti valori, ovvero di quegli stili di vita che incrementano l’ armonia e l’ ordine delle relazioni, e non il modo contrario del conflitto e del disordine. A sostegno della mia tesi presento i seguenti argomenti: – la struttura dell’ essere; – la struttura dell’ Io; – la struttura della convivenza sociale. a) La fisica insegna che l’ essere è energia. Non c’ è nulla di statico, di consistente in sé e per sé, non ci sono sostanze prime, ci sono solo aggregati, insondabili nella loro natura peculiare perché si ignora se le particelle subatomiche siano in sé corpuscoli oppure onde. La materia è una configurazione provvisoria dell’ energia, anche ognuno di noi è una configurazione provvisoria dell’ energia (certamente provvisoria per il corpo di carne, con qualche ragionevole probabilità di poter essere non provvisoria per quella speciale forma di energia umana chiamata “anima spirituale”) e ogni fenomeno vince il caos presentandosi al mondo come fenomeno ordinato solo in virtù delle sue relazioni, le quali risultano costitutive della sua ontologia. b) Ma scendiamo ancora più nel concreto approfondendo il discorso sul singolo individuo in se stesso. L’ Io è un insieme ordinato di relazioni, particelle che formano atomi, atomi che formano molecole, molecole che formano cellule, cellule che formano tessuti, tessuti che formano organi, organi che formano l’ organismo. L’ essere umano dal punto di vista della fisica è un sistema estremamente complesso (il più complesso in tutto l’ universo conosciuto) la cui esistenza si deve alla logica della relazione ordinata.

Quando verrai

Dicembre 8, 2009 di ilnomedellarosa

Il tocco. Laura Pugno, Quando verrai, Roma, Minimum Fax, 2009

«Lui e Montserrat sono nella stanza accanto, dove Ethan ha dormito da solo la notte prima. Tendendo l’orecchio nel silenzio quasi intollerabile della campagna Eva cerca di cogliere le loro voci basse, interrotte da scoppi di risa, di cui le arriva solo qualche parola. I fantasmi di Ethan e Sofia, ventenni in quella stessa casa, hanno forse ripreso possesso di quei corpi consumati, ormai privi di ogni strato di grasso. Quando verrai, aveva detto Sofia, o così le ha raccontato Ethan. Quando verrai a cercarmi, io sarò qui» (p. 107).

E’ il flashback toccante e preciso mediante il quale si apprende il perché del titolo di questo romanzo breve di Laura Pugno, testo narrativo che segue ad altre sue prove letterarie in versi (Tennis, Varese, Nuova Editoriale Magenta, 2002 e Il colore oro, Firenze, Le Lettere, 2007) e in prosa (i racconti di Sleepwalking, Milano, Sironi, 2002 e Sirene, Torino, Einaudi, 2007) o infine scritte per il teatro (DNAct, Arezzo, Zona, 2008).

Quando verrai è, innanzitutto, una quest, poi diventa una variazione significativa nell’ottica del “romanzo di formazione”, infine si trasforma in una vicenda giocata sul registro del fantastico.

Eva, Leila, Stasi, Vladimir, Ethan, Montserrat /Sofia sono i personaggi che si aggirano in questa vicenda esemplare ambientata nelle terre del delta, dove il nulla si congiunge al mare e dove tra una stazione di servizio, un ristorante per camionisti, un ospedale ai bordi periferici della città e l’autostrada non c’è soluzione di continuità con la campagna, il bosco e la spiaggia. Il luogo dove questa storia è ambientata potrebbe essere ovunque purché ai confini della civiltà e poi, in seguito, anche a quelli “della realtà” (per citare il titolo della famosa serie televisiva scritta da Rod Serling).

Un cerino nel buio

Dicembre 5, 2009 di ilnomedellarosa

di Francesco Sasso

Negli ultimi anni la parola barbarie compare spesso nei discorsi svolti su vari media ad indicare un cambiamento antropologico e culturale. Tuttavia non sempre la lucidità e la chiarezza d’intenti guida chi ogni giorno, per esempio, è di fronte alle difficoltà degli studenti a recepire quanto egli, professore o giornalista, cerca di insegnare o comunicare.

Per cercare di capire meglio che cosa sta accadendo nel mondo della scuola, dell’università, sui mass media e, in generale, nella società contemporanea, vi consiglio caldamente la lettura de Un cerino nel buio (Bollati Boringhieri 2008) di Franco Brevini, insegnante di Letteratura italiana e Letteratura contemporanea presso l’Università di Bergamo e l’Università IULM di Milano.

Fin dalle prime pagine il saggio si è rivelato un’analisi interessantissima contro il catastrofismo di alcuni intellettuali. Brevini rifiuta ogni generalizzazione di chi liquida come spazzatura tutto ciò che proviene dai mass media. Sicché con lucidità e ironia, l’autore ricorda al lettore le “opportunità dischiuse dalla modernità, le rotture e le conquiste che essa ha garantito”.

Il saggio «è più una testimonianza della crisi che una proposta. Quello che mi preme è offrire un’esperienza, voglio sottolineare “non barbarica”, che certo non ha alcun valore di esemplarità, è una storia come tante, ma proprio per questo credo consenta di riconoscersi a molti che vivono con inquietudine e disagio questa transizione» (pag. 78-79).

Giuseppina Turrisi Colonna

Dicembre 5, 2009 di ilnomedellarosa

di Giovanni Inzerillo

 

«Raccolta nelle domestiche pareti, con la coscienza de’ più tenaci, studia il passato, irrompe contro le prave usanze, ripudia le cure femminili, colla mente risale, infiammata di gloria, a’ più splendidi momenti della vita italica, ed evoca le memorie degli eroi, vedendo gli uomini del suo tempo tralignati ne’ conviti, ne’ balli e negli amori. Tali sentimenti erano in lei sedicenne».

Così Francesco Guardione traccia un breve profilo della Turrisi Colonna, una ragazza appena sedicenne ma dall’animo di donna, capace di dedicare la sua breve vita a due grandi amori: la poesia e la patria.

Le poesie della Turrisi Colonna scritte in un periodo compreso tra il 1836 (ad appena 14 anni pubblica infatti l’Inno a San Michele) e il 1846 (nel 1841, a soli 19 anni, pubblica il suo primo volume), hanno una interessante storia editoriale, che vale la pena di citare, tra le due diverse aree geografiche di Palermo e di Firenze.

La prima edizione, come si è già detto, appare nel 1841 a Palermo a cui segue quella di Felice Le Monnier del 1846. A queste due incomplete prime edizioni seguono le altre del 1854 e del 1886 per gli editori palermitani di Ruffino e Virzi. Bisognerà aspettare il 1915, e nuovamente sotto la cura dell’editrice fiorentina, per avere l’edizione delle opere complete della Turrisi Colonna e comprendente 56 poesie edite dal 1841 al 1846, 28 postume, in parte pubblicate nella ristampa palermitana del 1854, 10 volgarizzamenti, 8 lettere scritte dalla stessa e altre 17 sulla stessa, e ancora 17 lettere indirizzatele da “illustri italiani”. L’edizione fiorentina del 1915, sebbene in apparenza datata, risulta quindi essere, ad oggi, la più completa e dunque quella consultata per l’occasione.

Le liriche della Turrisi Colonna possono suddividersi in distinti e macroscopici filoni tematici.

Anna è viva

Dicembre 3, 2009 di ilnomedellarosa

Testo e intervista di Alberto Pezzini

Il 7 ottobre del 2006 veniva uccisa a Mosca la giornalista Anna Politkovskaja. Aveva raccontato quello che aveva visto della Russia di Putin e della Cecenia. Di ciò che le belve russe erano capaci di fare in guerra.Scriveva per la “Novaja Gazeta” dal 1999 e aveva scelto di seguire il conflitto in Cecenia. Scriveva quello che vedeva e per questo la Russia di Putin aveva deciso di ucciderla. Oggi lei è diventata un’icona, una sorta di consacrazione ad memoriam della volontà di fare giornalismo ad ogni costo. Che è un lavoro serio, da fare con rigore, e da offrire a chi legge cercando sempre di dare una non menzogna. Come diceva Alberto Cavallai, che di Russia se ne intendeva, e come dice oggi Andrea Riscassi, nel suo ultimo libro Anna è viva, Sonda Editore, 2009. Andrea Riscassi oggi è caporedattore della cronaca per la Rai di Milano, insegna giornalismo televisivo come Tutor in Statale, e di bello ha che ti parla al mattino con semplicità, senza fronzoli.

Come mai questo amore per la giornalista russa più famosa del mondo ?

E’ stata una scelta quasi per caso. Prima facevo l’inviato ed avevo i Balcani come centro di interesse. L’ho scoperta e mi sono innamorato del suo modo di fare giornalismo.

Lei diceva che scriveva quello che vedeva. Ad ogni costo. Questo è il giornalismo che oggi fatica ad uscire.

Perché ?

Il dolce rumore della vita

Dicembre 3, 2009 di ilnomedellarosa

di Giuseppe Panella

 

“Il dolce rumore della vita” (Bertolucci). Poesia e suono in Anna Ventura, Non suoni, ma rumori, prefazione di Stefano Valentini, Montemerlo (PD), Venilia Editrice, 2009

Anna Ventura è una poetessa ben nota ai (da sempre non troppi) lettori di poesia italiana contemporanea. Ne è testimonianza il volume antologico-critico di Vittoriano Esposito (Itinerario letterario di Anna Ventura. Antologia di appunti e studi critici, Avezzano (AQ), Centro Studi Marsicani “Ugo Maria Palanza”, 2005) in cui l’autore ha raccolto, con certosina pazienza e con spirito avventuroso di esplorazione letteraria, numerose testimonianze e prospezioni critiche sulla sua opera imperiosa e fitta. Ma forse non è ancora tempo di sintesi per una scrittrice così attenta alla ricerca linguistica che mette in opera nei suoi testi letterari (anche se al proposito non si può fare a meno di segnalare al riguardo il saggio ben documentato di Liliana Porro Andriuoli, Certa et Arcana. La poesia di Anna Ventura tra certezza e senso del mistero, Chieti, Tabula Fati, 2001).

Anna Ventura non è certo una sperimentatrice spericolata di metri e di prospettive verbali ma proprio perché la sua poesia è fatta in gran parte di assonanze e di rimbalzi tonico-concettuali (dal punto di vista del significante) l’interesse per gli sviluppi della sua prospettiva di poetica è tanto più interessante di quanto potrebbe esserlo in chiave di pura verbalità o di ricerca in chiave ritmico-fonica. Una scelta di citazioni e di testimonianze dalla folta schiera delle sue produzioni non potranno che chiarire la natura della sua vocazione. In La diligenza dei santi che è ancora del 1983 (edito a Foggia dall’editrice Bastoni), si trova un testo, I segni, che espone con attenzione il metodo poetico di Anna Ventura:

Contro il giorno

Novembre 30, 2009 di ilnomedellarosa

di Amedeo Buonanno

 

Thomas Pynchon, Contro il giorno, Rizzoli, 2009, 1136 pp.

Thomas R. Pynchon è sicuramente uno degli autori americani più interessanti della letteratura contemporanea. La sua riservatezza, diventata leggendaria tanto da farne lo scrittore recluso per antonomasia, insieme ad alcune sue particolarità, come l’invio del comico Irwin Corey a ritirare per lui il prestigioso National Book Award nel 1974 per Gravity’s Rainbow o come il rifiuto della Howells Medal dell’American Academy, sempre per Gravity’s Rainbow, dovuto ad una mancata assegnazione del premio Pulitzer per lo stesso libro, ne fanno un personaggio sui generis ed interessante. Il nostro interesse qui, però, non è rivolto al personaggio Pynchon ma al suo penultimo romanzo, Contro il giorno, pubblicato negli Stati Uniti nel 2006 ma che solo quest’anno, dopo tre anni di lavoro, viene pubblicato da Rizzoli nella traduzione di Massimo Bocchiola. Il libro si presenta imponente già a prima vista con le sue 1127 pagine che rappresentano un deterrente per molti lettori e uno stimolo per gli appassionati. Nella sua mastodontica mole è racchiusa un’infinità di storie e di personaggi che, come spesso capita nei romanzi di Pynchon, sono uniti da fili conduttori che solo durante la lettura vengono man mano messi a fuoco e non necessariamente in modo definitivo.

Alchimie d’amore

Novembre 30, 2009 di ilnomedellarosa

di Giuseppe Panella

 

La padronanza ermetica della parola. Maria Grazia Maramotti, Alchimie d’amore, Introduzione di Emerico Giachery, trad. inglese di Alberto Sighele, Pasian di Prato (UD), Campanotto, 2005

La maggiore peculiarità (ma tra le altre, sia chiaro in linea di principio) di questo ultimo volumetto di poesie di Maria Grazia Marmotti è quello della doppia lingua in cui si può leggere. La traduzione inglese delle liriche, a cura di Alberto Sighele, ha il compito di esplicitare in misura più articolata e più netta la dimensione assoluta in cui i testi vogliono collocarsi rendendoli comprensibili anche a non italiani. Ma forse ci sono anche altre ragioni per questo sulle quali sarà meglio soffermarsi in seguito. La dimensione cosmopolitica del testo non stupisce anche in ragione della dedica a Tullio Grado de Petris von Herrenstein sulla cui natura più intima, però, non mi sembra il caso di soffermarsi (essa attiene, infatti, alla sfera personale della vita dell’autrice).

Quello che conta, tuttavia, a mio avviso, è la dimensione di poetica in cui il testo affonda le proprie radici liriche.

Alchimie d’amore vuole essere un omaggio alla passione umana e alla sua capacità di trascendersi in uno sforzo di trovare la propria giustificazione in un contesto più universale, se non cosmico. Come scrive Emerico Giachery nella sua Introduzione al libro, con una prosa spesso complessa e ricca di agganci e allusioni volutamente riverberantisi sul lavoro della Marmotti in una sorta di loop di citazioni: