Archivio per Luglio 2008

L’ospite incallito

Luglio 31, 2008

È il 13 Luglio. Sono sdraiato nella mia tenda e provo a continuare a leggere. Ma non riesco a concentrarmi, la mia mente è fissata su quella parete. La parete Rakhiot, su quel stramaledetto seracco in mezzo alla parete. In quella fascia di ghiaccio, che ci ostruisce la via di salita.
Un mese fa quando arrivammo al campo base, questa parete mi fece paura. Le foto invece, danno l’impressione che faccia parte del mondo delle fiabe. La parete vista da “Fairy Meadows” si erge con tutta la sua maestosità per 3 chilometri verso il cielo.
Ben 9 chilometri di placconata separano la vetta del Ganalo Peak ad ovest dalla vetta di Rakhiot ad est. Però sono le scariche di ghiaccio che mi procurano paura.
Sono appesi dappertutto su questa montagna, sicuramente già da secoli fanno tremare tutta la valle ed inducono la gente del paese ad avere rispetto e sacralità. Dal basso mi è parsa una montagna ostica, tanto da lasciarmi perplesso e scettico per tutto il periodo che siamo qui.

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Metafisica dei nani da giardino

Luglio 30, 2008

RACCOLTA DALLA VIVA VOCE DI MAMMOLO DA VALTER BINAGHI

Dal basso della nostra esperienza, e da una riflessione che non supera in altezza quella di una felce maschio, tre passi distinguiamo nel cammino delle cose umane.
L’indistinto, l’irriducibile, il comprensivo.
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lumina et semina

Luglio 25, 2008

34.

La nudità del piede, del calcagno vizzo non conosce

se non il masso, i suoi secchi licheni.

Da Cristuri alla Fornace, a Pragò

l’occhio raccoglie il manto

di cui artefice è il merlo, o la ciaula,

con il seme malfermo nel becco.

La quercia roverella, il bagolaro, invadono

tutte le armacie dell’uliveto ch’era un monte

e un mondo, andato in una fiamma

non di roveto ardente, ma di sperpero deserto.

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Assoluto amore

Luglio 22, 2008

di Giovanni Martini

Caro amico,
è con vivo rammarico che devo confermarti la mia decisione di porre fine a queste sofferenze. Ho lottato fin che ho potuto, ma adesso basta. Sono un uomo finito. L’opportunità che Nostro Signore l’Altissimo mi conferì non è bastata a donarmi pace sulla terra. Ho fallito in tutto, e ora nulla mi attende. Infatti non possiedo nulla, non ho nulla, non ho raccolto nulla. La mia biblioteca spartiscila con gli altri. Saprai bene come fare. Sono ottomila volumi di spiccatissima qualità. Edizioni rare, raccolte con tanto amore.
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Marco Guzzi su “Guida pratica all’eternità”

Luglio 20, 2008

Carissimo Fabrizio,
grazie del libro che mi hai inviato e che sto leggendo con gusto e con pazienza. Senza fretta cioè, un racconto o due per volta.
Sembrano a volte brevi parabole contemporanee, sempre pregne di insegnamenti, attinti però dalla semplicità delle storie più feriali, come Polvere, ad esempio: il disegno preciso e insieme misericordioso di un carattere e di un destino.

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Il libro puoi trovarlo QUI

Il Cantiere e altri luoghi, recensione di Giovanni Nuscis

Luglio 20, 2008

Angelo MUNDULA
Il Cantiere e altri luoghi

Carlo Delfino Editore (Sassari, 2006) Collana – La Ginestra

Alla domanda frequentissima di quale sia la poesia destinata a rimanere, di solito consegue un’altrettanto ricorrente risposta: quella che ci richiama infinite volte a lei, per dilettarci e per apprendere, ancora, per misurarci e riverificare radici e appartenenze. La poesia che resta, per dirla in breve, è quella che ci nutre, per una qualche ragione. Una qualità, questa, che non sempre è dato cogliere nell’immediato. Molta buona poesia – che si fa subito apprezzare per una qualche dote e alla quale, magari, dedichiamo attenzione – spesse volte non la rileggiamo, addirittura, la dimentichiamo. Forse, perché non ci siamo presi il tempo necessario di lettura; non abbiamo atteso quel riscontro interiore di cui parlava Eliot;
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La forza di Nietzsche, di Vito Mancuso

Luglio 18, 2008

Presso la Christian Marinotti Edizioni è uscito quest’anno un libro importante, ancorché breve e di lettura scorrevole: titolo Nietzsche e il cristianesimo, autore il grande filosofo tedesco Karl Jaspers (1883-1969), traduttore e curatore dell’edizione italiana Giuseppe Dolei. Nel 1937 Jaspers, in quanto marito di un’ebrea, era stato allontanato dall’università di Heidelberg dove insegnava da oltre vent’anni prima psicologia e poi filosofia, e l’anno dopo tenne una conferenza a Hannover sul tema, particolarmente caldo per quel momento storico, del rapporto tra Nietzsche e il cristianesimo. La tesi interpretativa di fondo è che “la lotta di Nietzsche contro il cristianesimo nasce dalla sua propria essenza cristiana”, una tesi che condivido per quanto attiene alla genesi della filosofia di Nietzsche, e che però ne fa, proprio per questo, il nemico per eccellenza, colui che si impegnò nella “maledizione del cristianesimo” con la volontà esplicita di distruggerlo, perché “non esistono ai nostri occhi avversari più radicali dei teologi” (Crepuscolo degli idoli) e “l’istinto teologico è la forma propriamente sotterranea e più estesa di falsità che esista sulla terra. Quel che un teologo avverte come vero, non può non essere falso” (L’anticristo. Maledizione del cristianesimo).
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La ragione in contumacia di Massimo Onofri

Luglio 17, 2008

La critica letteraria è viva e vegeta. E pare che goda di buona salute, almeno a giudicare dalla quantità di testi di recentissima pubblicazione. Particolarmente attiva, in tal senso, la generazione dei critici quarantenni-cinquantenni: quella a cui appartengono Onofri, La Porta, Pischedda, Raffaeli, Manica, Belpoliti, Ficara, Leonelli. Giusto per fare qualche nome. La critica letteraria è viva, dunque. È questa è già una notizia. Ma andiamo oltre.
“C’è un limite oltre il quale la critica letteraria diventa, tout court, critica della vita? C’è un punto in cui, per chissà quale metamorfosi, l’interpretazione di un’opera può diventare, in quanto tale, notizia del mondo, di un mondo abitabile, ben oltre la letteratura?”
Con queste due domande si apre il battagliero pamphlet di Massimo Onofri intitolato “La ragione in contumacia. La critica militante ai tempi del fondamentalismo” (Donzelli, 2007, pagg. 123, euro 15).
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Andrè Rieu

Luglio 16, 2008

Avete mai sentito nominare André Rieu? No? Be’, avete perso qualcosa. Ma ve ne parlo più avanti, perché il discorso va preso da lontano.
Forse avete visto in televisione il concerto di Capodanno della Filarmonica di Vienna. I professori della più famosa orchestra sinfonica del mondo si riuniscono tradizionalmente la mattina di Capodanno sotto la bacchetta di un grande direttore per suonare, non musica classica, ma i valzer di Strauss. Come mai?
Vienna è un posto tutto particolare. È vero che i viennesi parlano tedesco, ma per certi aspetti somigliano ai napoletani. Non c’è poi da meravigliarsene gran che. Vienna non è in Austria: è in Kakania (come Musil chiamava l’Impero Asburgico) e probabilmente non smetterà mai di starci. Tanto l’Austria è montanara e provinciale (e se non ci credete chiedetelo a Thomas Bernhard), tanto Vienna è cosmopolita. Un esempio: se ci andate in auto e uscite dall’autostrada a Schoenbrunn, scendendo verso il centro percorrerete la Mariahilfer (Maria dell’Aiuto), uno stradone pieno di negozi di tappeti. Sono tutti gestiti da ungheresi scappati a ovest ai tempi della cortina di ferro, e i viennesi hanno cambiato nome alla strada: la chiamano Magyarhilfer (Aiuto per i Magiari). Altro esempio: la chiesa più veneranda di Vienna è la cattedrale di Santo Stefano, ma quella che i viennesi sentono più propria è la chiesa di San Carlo (che è poi san Carlo Borromeo; proprio lui, il Sancarlone di Arona).
Allo stesso modo, a Vienna (come a New York, ma in modo meno sfacciato) ci sono zone infeudate dalle varie nazionalità dell’ex impero: boemi, slovacchi, ruteni, sloveni, croati, turchi, romeni. Anche italiani. A Innsbruck o a Linz gli italiani non sono amati alla follia (diciamo così). A Vienna ognuno è rispettabile o detestabile per ciò che è, non per il paese da cui proviene. Come dicevo, l’Austria è una cosa, Vienna è un’altra.
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Provocazione in forma d’apologo 68

Luglio 14, 2008

Quasi quarant’anni fa, quando stava in quarta ginnasio, a Roberto avvenne un fatto che minacciò di fargli franare anche quella poca terra che aveva sotto i piedi, e su cui si reggeva a stento.

Per affrontare positivamente quel brutto momento e non precipitare, Roberto si rivolse allora a certi compagni di classe, cristiani attivi nel sociale, come si diceva e si dice, che tenevano in una parrocchia il doposcuola a ragazzini delle medie. Senza grandi abiure né preghiere (Roberto apparteneva a una famiglia che si millantava atea e comunista, ed anche lui si riteneva in buona fede tale) Roberto chiese loro di poter impiegare utilmente il suo tempo libero partecipando a quella attività; certo, non avrebbe insegnato catechismo, ma da buon primo della classe per italiano e matematica sarebbe andato più che bene.

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