Giuseppe Panella ci parla di due libri di Gianni Conti per la sua rubrica “Storia contemporanea”. Un parallelo fra i due romanzi che ci narra i due tempi dello scrittore, ovvero come le esperienze cambino il modo di scrivere.
Archivio per Aprile 2009
Intervista a Gianni Conti
Aprile 30, 2009Intervista a Peter Brook
Aprile 30, 2009Nel corso della conferenza stampa di presentazione dello spettacolo Fragments da Samuel Beckett (il 10 dicembre 2007 a Milano), abbiamo avuto modo di porre a Peter Brook e agli attori del suo ultimo spettacolo alcuni dei tanti interrogativi possibili sul tema teatro e diversità. Ecco, nella trascrizione della traduzione simultanea di Ira Rubini, quanto ci hanno detto.
di Matteo Gorla
Angelie case
Aprile 21, 2009Non so come sia andata, forse così, comincia circa tre anni fa, che giravo per i blog e curiosavo, guardavo e rileggevo.
Vado una volta, poi un’altra, tutti i giorni, poi mi dico:
Ma guarda questa qui delle brioches che tipo!! Cioè già mette come insegna del suo blog:
Manginobrioches
che è una cosa storica, curiosa e stuzzicosa, il detto di Maria Antonietta, e poi leggi, e usi la vista anche, perché tutte le volte trovi dipinti interessanti in testa ai suoi testi.
Uno si innamora, insomma:
perché io mi sono innamorato, di quel blog, e per esprimere, significare, dar materia al mio sentimento, mi sono messo ad illustrare i suoi racconti.
Anna Mallamo e Mario Bianco
Islabonita
Aprile 21, 2009E con questo fanno 20. Venti sono i libri pubblicati da Nico Orengo in 40 anni: dall’ormai raro E accaddero come figure (Feltrinelli, 1969) a quest’ultimo Islabonita (Einaudi, 159 pagine, 18 euro). La cadenza è regolare: Orengo produce 1 libro ogni 2 anni, d’ingombro raramente superiore alle 200 pagine. La misura prediletta è tuttavia anche inferiore: gliene bastano infatti poco più di 150 pagine per reinventare ogni volta nuovi paesaggi, affollare le trame di personaggi, mescolare nostalgia e sarcasmo, umana comprensione e ferocia dello sguardo. Il padre Vladi, lui pure scrittore ma soprattutto uomo di cinema, gli deve aver trasmesso il gusto per la regia e, più ancora, per il montaggio, arti nelle quali Orengo eccelle. Quello che rende inclassificabile il talento artigianale è però la naturalezza. L’impressione è di assistere a un teatrino in cui non ci saranno (non ci sono) mai grandi soprese, aggettivi urlati o sbraitati, posture meno che composte. Nelle facili tassonomie da copy di provincia di che si nutre tanta critica militante di oggi, prodotti del genere non trovano posto – e a noi che ce ne importa, canticchia in sottofondo Renato Carosone. Per leggere Nico Orengo è forse utile consumare una colazione o una cena con lui; osservare la cura autentica che riserva alla scelta dei vini e delle pietanze, il garbo rivolto a ospiti e personale di servizio, il tempo perfetto delle battute, il piacere, in sostanza, d’intrattenere se stesso con l’aria di compiacere i presenti. Se questa Islabonita (Cuba, ovviamente) fosse altro da un libro, sarebbe appunto un ricevimento placé, con piatti piccanti e vini dal bouquet sofisticatissimo. Come in ogni ricevimento, c’è un ospite d’onore, che è nel caso Fatima, maga e parrucchiera, in fuga da se stessa e dal mondo come altre figure femminili di Orengo, cosciente del suo fascino e in qualche modo anche delle sue sorti. Attorno a lei e al suo corpo da femme galante tragica e consapevole, si muove un’umanità che soltanto Nico Orengo racconta.
Scrittori e potere
Aprile 19, 2009Commentando su Repubblica del 31-03-2009 il nuovo libro di Milan Kundera dal titolo Un incontro (Adelphi), Marc Fumaroli ha scritto che per Kundera «la grande insurrezione del modernismo è eterna e universale. E’ fatta di fedeltà creativa ai classici delle arti europee – Rabelais, Cervantes, Sterne, Diderot, Velázquez, Beethoven, Chopin – e al tempo stesso della ricerca esigente d’ una forma nuova, capace di svelare la verità umana dove meno lo si aspetta». Queste righe finali della recensione colgono con precisione il senso dell’ Incontro, un insieme di brevi interventi dedicati a scrittori, musicisti, pittori, ma romanzieri soprattutto perché il romanzo è l’ oggetto del desiderio di Kundera, che offrono al lettore dei veri e propri colpi di luci su autori e opere della modernità delineando con rigore una poetica che è la poetica di Kundera, da lui stesso definita “modernista”.
Il “giallo”
Aprile 19, 2009Non ho statistiche a disposizione ma tiro a indovinare che metà della produzione romanzesca di oggi in Italia è basata su intrecci di risoluzione: gialli, thriller, detective stories, noir che dir si voglia.
In Italia fino a pochi decenni fa siamo stati refrattari a questo genere di procedimento narrativo per la ragione che la nostra letteratura è stata sempre “exclusive” (Arbasino dixit) ossia “alto di gamma”, preziosa, ricercata, mandarinesca, destinata agli happy fews; di fatto priva, almeno fino agli anni ’60 del secolo scorso, di un pubblico di massa, cui rivolgersi anche con una letteratura di genere. Ma c’è stato anche un impedimento, diciamo così, “antropologico” alla diffusione del giallo. Il poliziesco si basa su una preoccupazione protestante: assicurare alla giustizia di un Dio veterotestamentario il colpevole, mentre nel nostro Paese cattolico e indulgente c’è sempre stata una complicità antropologica col reo, col “Caino che nessuno deve osare toccare”, figurarsi a metterlo al centro di una caccia, foss’anche narrativa. Occorre subito aggiungere, circa la scarsa diffusione del “giallo”, penetrato in Italia a partire dagli anni ’30 del secolo scorso, che esso prende nome dal colore della copertina con cui Mondadori confezionava i libri, ma in sé il giallo ricomprende crime stories, detective stories, thriller, noir, ecc. Il fatto in sé singolare è che il genere era solo d’importazione, non veniva praticato da autori italiani (salvo Scerbanenco), non aveva scuole locali e pertanto non si declinava troppo in generi e sottogeneri, e non si perdeva quindi in sottigliezze nominalistiche. È noto che i nomi seguono la cosa, e che laddove ce n’è poca o punta essi scarseggiano, mentre abbondano laddove la cosa c’è in profusione: vedi i mille modi degli eschimesi di chiamare ciò che noi riassuntivamente e sbrigativamente chiamiamo “neve”.
La vicevita
Aprile 16, 2009Con questo suo “La vicevita”, nell’ottima collana “Contromano” della Laterza, Valerio Magrelli alla sua seconda felice incursione nel campo della prosa dopo “Nel condominio di carne” ( Einaudi 2003), più che sui treni ha scritto un libro su quelli che, volentieri o a malincuore, li abitano e li affollano. Poiché le storie su viaggi e corpi sono i due nuclei attorno a cui si struttura quest’opera, si può affermare che questo è un libro sul ‘personale viaggiante’, riciclando così una grigia espressione burocratizia che, un tempo, concerneva solo quelli che esplicavano la propria attività professionale su treni e vagoni. In realtà, Magrelli, in questo delizioso libro la cui esile ampiezza è inversamente proporzionale al piacere della lettura, decontestualizza e potenzia questa espressione, restituendola pienamente al suo significato etimologico. L’autore ci racconta infatti la ramificata e curiosa serie di avventure di cui è stato testimone e protagonista in quella specola privilegiata, in quel panopticon nomade, in quel luogo esausto di simboli ed allegorie che è il treno. Scorrendo le pagine di questa ‘vice-autobiografia tutt’altro che a scarto ridotto’, il treno appare come un laboratorio psicosociale in progress, una macchina di trasformazione che nel suo movimento antinaturale ed ipnotico fa e disfa storie e destini, vite e persone.
L’epoca e i giorni
Aprile 16, 2009Sezione prima: Viatico
Le chiatte che sul Reno e la Mosella
scivolano lente e piatte, sembrano
dire fermati, non andare in fretta,
segui con noi la corrente del fiume
che lente ci porta alla nostra meta:
d’ogni legno conosciamo il peso
come un tempo i cavalli ogni pietra.
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Noi lo guardammo insieme tutto questo
l’onda che s’increspa ne porta il segno
reclama a sé lo sguardo, lo trattiene e
schiaccia come quel carico pesante
che una fila di barche porta appresso.
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Oh poterle vedere quelle chiatte
risalire l’opposta direzione
vuote, intatte, pronte ad accogliere
di nuovo il nostro sguardo. Ma l’ansa è
lì che attende un’altra volta, lo scarto
minimo, così sembrava allora, un
semplice passaggio, ma nel salto
dal pontile qualcosa cadde in acqua
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Franco Romanò
Stabat Mater
Aprile 10, 2009Si sa: quelle che pensiamo siano semplici e mere coincidenze si rivelano spesso come premonizioni e segni che la vita s’incaricherà di spiegarci, in maniera più o meno plausibile. Non certo casuale appare, da questo punto di vista, la singolare unità di luogo- l’antico orfanotrofio della Pietà a Venezia- attorno a cui si concentra, quasi per intero, la storia narrata in questo sorprendente ultimo libro di Tiziano Scarpa. Lì un tempo, secoli fa, in quelle stanze severe ed austere vivevano centinaia di ragazze che erano state abbandonate dalle famiglie. Lì, alle più dotate, veniva insegnata la musica. Lì, per trentacinque anni, Vivaldi fu maestro di violino e compose musica per loro. Lì si concentra la vicenda umana della straniata protagonista di questo “Stabat mater”: Cecilia. Negli anni sessanta, il reparto maternità dell’ospedale civile di Venezia era situato proprio nei locali che avevano accolto quelle povere ragazze. Tiziano Scarpa è nato lì nel 1963. La quaestio pare scontata: che ne sarebbe stato della sua vita se fosse stato abbandonato appena nato, come capitò a quelle ragazze che vissero un’esistenza tanto appartata e misteriosa proprio in quei luoghi dove lui venne alla luce? Cecilia ( la santa della musica: nomen omen ?) è la voce narrante che scrive una sorta di dolente, dickinsoniana lettera al mondo indirizzata ad una Madre mai conosciuta: una scrittura diaristica che assembla sogni e schegge di realtà per decifrarsi e decifrare. Cecilia è solitaria ed introversa, selvatica e razionale, naif e cerebrale: i daimon che la possiedono, la musica e la scrittura, sono a lei cura e malattia. Va letto questo romanzo come se fosse un lungo recitativo, un monologo diviso in strofe e mottetti.
… di Tiziano Scarpa
L’orologio
Aprile 10, 2009dal blog Quaderno di Saramago traduzione autorizzata del blog di José Saramago
Uno dei miei più recenti amici mi ha appena regalato un orologio. Non uno qualsiasi, ma un Omega. Mi aveva promesso che avrebbe smosso cielo e terra per trovarlo, e ha mantenuto la parola. Si dirà che la concretizzazione della promessa non dovrebbe aver comportato difficoltà rilevanti, sarebbe bastato entrare da un’orologiaio e scegliere tra i diversi modelli, ce ne sarebbero stati per tutti i gusti, classici e moderni, compreso alcuni che il cliente neanche immaginava potessero esistere. La cosa sembra facile, ma il lettore provi a cercare in uno di questi orologiai un Omega costruito nel 1922, mio anno di nascita, e poi mi dica cosa succede. “Probabilmente”, penserebbe il commesso, “questo signore ha qualche rotella fuori posto”.