Archivio per Settembre 2009

Camminando camminando

Settembre 30, 2009

E’ un settembre di lutti per la poesia.
E’ morto Luciano Morandini, una delle personalità che più hanno dato alla cultura friulana (e non solo) nelle ultime decine di anni, ma soprattutto un uomo di grandissimo spessore, un esempio. Ci piace ricordarlo con grande affetto anche qu
i.

Camminando Camminando. In ricordo di Luciano Morandini.
Di Maurizio Mattiuzza

Alla domanda “come va” mi rispondeva sempre “si resist” trasmettendomi così, col suo linguaggio asciutto, quella passione e quell’impegno civile che sono stati una delle coordinate più forti della sua vita. L’inganno del tempo che scorre, tranello per tanti poeti, Luciano Morandini l’ha evitato in questo modo, resistendo e vivendo con forza lucida il suo cammino di uomo inserito ogni giorno nella storia. Un sentiero che ha percorso senza paura, intessendo la ricerca personale e politica con il filo spesso di una scrittura ora dolce ora severa, ma sempre capace di una lirica alta e attuale. Una poesia che Morandini, proprio come Saba, ha voluto soprattutto onesta. Aveva passato tante esperienze Luciano, scrivendo, fondando riviste e partecipando a stagioni memorabili della cultura italiana. Mi parlava dei suoi incontri con Pasolini, di Biagio Marin e dei poeti dell’allora Jugoslavia coi quali aveva avuto in quei tempi, pioniere assoluto, scambi profondi. In quei discorsi, tra quei ricordi, però non ho mai sentito nostalgia o arcadia, ma stimolo e voglia di confronto. Parlarne era per lui, io credo, soprattutto un’ occasione per marcare una differenza e dare forma a un suo disagio, ad una certa preoccupazione per i tempi odierni, così chiassosi e superficiali. Luciano non ci lascia lezioni, non lo avrebbe voluto. Il suo lascito è un esempio, un’attitudine che spinge a cercare giustizia e dare amore scrivendo poesia autentica.

La passion predominante

Settembre 30, 2009

di Francesco Sasso

La passion predominante. Perché la letteratura (Liguori Editore, 2009) è il breve racconto della storia intellettuale e morale di Giulio Ferroni, un dei maggiori storici della nostra letteratura, docente all’università La Sapienza di Roma.

Dietro le convinzioni di oggi, ci dice Ferroni, ci sono gli anni della sua infanzia e della prima giovinezza, i giochi infantili, gli incontri con amici e compagni, e altrettanti scontri. E ci sono tante esperienze culturali: le prime scoperte letterarie, il suo De Sanctis e Croce, l’insegnamento di Walter Binni, la scoperta dello strutturalismo, il confronto con le innumerevoli proposte venute da tanta parte della critica contemporanea europea e americana, i tanti libri che ha letto e i tanti che ha scritto. Come nasce quindi la passion predominante?

 

«La passione per la letteratura può sussistere solo se è “inclusiva”, se si appoggia su una disponibilità all’ascolto delle voci più diverse e magari contraddittorie. […] l’immenso territorio della letteratura che abbiamo alle spalle ci propone tante opere e tante forme che recano dentro di sé una densità e intensità di esperienza, che può mantenere un rilievo essenziale per la nostra vita, che può offrirci parole determinanti per capire dentro di noi e fuori di noi; e questo possono farlo anche autori che ad uno sguardo esteriore appaiono ostici, lontani, magari avversi e antipatici.

La gaia scienza di Italo Calvino

Settembre 28, 2009

di Piergiorgio Odifreddi

Se uno scienziato osasse affermare che Galileo è stato «il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo», verrebbe immediatamente tacitato dagli umanisti e tacciato di scientismo e di ignoranza. A dirlo è stato però un letterato, in un’ intervista al Corriere della Sera del 24 dicembre 1967. E non un letterato qualunque, bensí uno dei mostri sacri della nostra letteratura! Si trattava di Italo Calvino, e la sua affermazione definiva non solo il posto di Galileo nel pantheon letterario italiano, ma anche il proprio. Perché stare dalla parte di Galileo significa, in particolare, stare anche dalla parte di Ariosto e di Leopardi, per le loro reciproche affinità. E significa, in generale, prendere posizione a favore di una concezione della letteratura come mappa del mondo e dello scibile, e di uno stile intermedio fra il fiabesco realista e il realista fiabesco. Calvino ovviamente apparteneva virtualmente a questa linea di forza della nostra storia letteraria, grazie alla trilogia composta da Il visconte dimezzato (1951), Il barone rampante (1957) e Il cavaliere inesistente (1959). E negli anni ‘ 60, quando si trasferí a Parigi e incontrò Raymond Queneau, aderí formalmente alla poetica dell’ Oulipo fondato da quest’ ultimo, che perseguiva e persegue il triplice obiettivo di una scrittura che possieda ed esibisca immaginazione scientifica, linguaggio logico e struttura matematica. Il primo risultato di questa adesione fu l’ invenzione, da parte di Calvino, del nuovo genere letterario delle cosmicomiche, che instaurarono un rapporto con il senso cosmico della mitologia antica attraverso il filtro comico dell’ arte moderna, in una specie di controcanto grottesco al poema di Lucrezio. Nell’ arco di vent’ anni furono pubblicati 33 di questi racconti, in quattro raccolte: Le cosmicomiche (1965), Ti con zero (1967), Le memorie del mondo e altre storie cosmicomiche (1968) e Cosmicomiche vecchie e nuove (1985). Non si tratta di racconti di divulgazione: più che rappresentare immagini scientifiche, essi sviluppano spunti letterari contenuti in frasi isolate, che hanno attirato l’ attenzione dell’ autore e fanno spesso da cappello alle storie. Ma non si tratta neppure di racconti di fantascienza: invece di dar voce a visioni sul futuro prossimo dell’ universo, fanno parlare immaginari testimoni antropomorfi del passato remoto. Questi personaggi hanno impronunciabili nomi che assomigliano a formule. Il principale, Qfwfq, ha più o meno l’ età dell’ universo ed è stato testimone oculare dei maggiori eventi fisici, chimicie biologici della sua storia: lo spazio vuoto, il Big Bang, l’ espansione dell’ universo, l’ apparizione della luce; la formazione degli atomi, degli elementi, dei cristalli, della Terra, della Luna, dei continenti, dell’ atmosfera; le tempeste solari, i meteoriti, le maree; la morfogenesi, la riproduzione biologica, il passaggio dai molluschi alle conchiglie e dai pesci agli anfibi, l’ origine degli uccelli, l’ estinzione dei dinosauri, la fine dell’ umanità e del Sole, i buchi neri.

Quando verrai

Settembre 28, 2009

Laura Pugno, Quando verrai, pp.128, € 12, minimum fax

A due anni dall’uscita di quel piccolo e sorprendente Sirene che consentì a Laura Pugno di uscire allo scoperto (dopo i pur bellissimi, ma meno diffusi, racconti di Sleepwalking, Sironi 2002) e di farsi riconoscere come una delle voci più interessanti del panorama letterario italiano contemporaneo, scivola oggi in libreria una nuova storia firmata dall’autrice romana, fulminea come la precedente, e attraversata dalla stessa aura dolorosa e sospesa. Ma se l’universo dei personaggi del primo romanzo aveva la forma di un futuro lontano, irriconoscibile, abitato da sensuali mostri fatti di denti e acqua, la scena ora cambia, si fa più vicina, più prossima, viene allestita a due passi da noi in territori di provincia altrettanto inquietanti e selvaggi, eppure irrimediabilmente nostri (roulottes sporche, desolate stazioni di servizio, motels bui, e soprattutto l’acqua salmastra – ancora acqua, sì – di un paludoso, infero delta). Resta, però, l’ossessione per l’anomalia (che a questo punto ci conferma una volta per tutte quali siano le cifre fondanti di questo torbido immaginario), ovvero l’affezione verso il potere seduttivo di scheletri feriti, teneri, disperati, corpi che diventano vittime e carnefici al tempo stesso, specchi di anime instabili destinate a consumare la propria esistenza in viaggi al termine del giorno, senza luce, senza pace. Ed è proprio nella ferita, nell’inarrestabile disgregarsi della sua pelle coperta di psoriasi, che si aggrappa (addentando) la storia della giovane protagonista di Quando verrai. Cresciuta in un mondo ai margini del mondo (forse perfino ai margini di se stesso), legata a Leila, una madre assente, e a Stasi, un patrigno perverso, la piccola Eva deve fare i conti non solo con l’angoscia di una famiglia monca e alla deriva, ma anche con l’orrore di un corpo sfigurato, cosparso di cicatrici aperte e croste sanguinose. Ci vorrà poco per capire che in realtà non si tratta di una semplice patologia epidermica, quanto piuttosto di un marchio, una condanna, segno indelebile della maledizione privata che sfregia l’anima dei suoi simili, una specie di razza a parte, uomini e donne a cui è stato consegnato il terribile dono di poter prevedere nei dettagli la morte altrui

Ultima, l’orma

Settembre 20, 2009

di Maria Grazia Calandrone

E viene il giorno che lui appare
e non sai come accarezzargli il viso
perché è carne da sogno.
Diceva il mondo ti trasforma in una cosa morta
diceva questo delle cose del mondo
diceva sdraiati
accanto a me nel solco delle ruspe, adesso io posso
accarezzarti il viso
tra questi cardi senza peso oltre la prima ansa del torrente – vieni
diceva, devi farlo
adesso. Così egli accolse la sua madre in cielo
la spinosa piumata
con un cuore di acacia
che lo mutava in una cosa morta. Lui
non può stare vivo e non puoi farlo
morire se non di questo disgraziato amore, perché tu porti
le conseguenze di quel che hai incominciato
dove il caldo del corpo fa quelle vasche di consolazione e nei travasi
il suo vivere è stato suscitato
trasparente e molteplice come un cristallo di sale: tu devi farlo
evaporare adesso
su una strada in salita tra i cedri
perché sia quella riva invisibile che hai guardato bruciare – flamma
nominis
– nella dolcezza della combustione
un giorno – allontanarsi
lasciando l’orma del costato nel fango
e l’impronta del piede sinistro
nella roccia come ultima traccia sulla terra così che si giustifichi
il mio sangue con l’eco di una stella morta
un ardore di scimmia che l’occhio non vede.

Vox Domini super aquas come una cosa flagellata e santa
su le cupole d’oro di una città in attesa dove splende
la luce del sabato
ma cisterne sepolte come campane e derive di bozzoli funerari o Maria
egizia – flamma
nominis
– o
creatura dell’aria
con spighe rovesciate come lame a protezione del cuore
mostrati solo
illuminata dal sole
come per benevolenza, mostrati come ferro sulla pietra
e sepolta sotto i blocchi della basilica con acqua
che si dissolve sulle cupole per le arti statiche mentre lasci
che attraverso te passi
la chimera dagli occhi trasparenti che qui dicono amore et
annulli me, questo beato niente.

Ho parlato con le cose

Settembre 20, 2009

Di Carmine Vitale

Ho parlato con le cose

Perché le parole sono sporche

Sulla facciata di una chiesa una volta lessi

Che è difficile pisciare controvento

E cosi anche queste poche lettere

Hanno perso consistenza

Si sono lacerate

Ridotte a brandelli

C’è questa perdita enorme d’innocenza

Come se non si potesse mai più tornare indietro

Ma è nel cuore che non posso entrare

È stato chiuso

Come un locale pronto alle ferie

Quando devi ricevere una notizia

Vorresti sempre quella buona prima

Perché la cattiva già la sai

L’hai commessa

C’è un palazzo maestoso

Si consegnano fiori agli ospiti

E per le conseguenze tocca all’amore

Perdonare

Barare

Fuggire

Diceva una poesia che quando fa male

Torniamo su certi luoghi

A pensare al primo amore

Incontrare l’Altro

Settembre 17, 2009

Nell’era digitale e pixeloforme di Facebook tutto appare fluido e semplice: con nonchalance cliccando su di un tasto si concedono amicizie e si elargiscono condivisioni che avranno la stessa (in)consistenza puramente virtuale della fotina o dei link che rubiamo da youtube a corredare il nostro profilo.

L’esperienza fondante dell’incontro autentico con l’Altro ( cioè, quello che Lévinas chiamava il nostro “sostituto”)- un’esperienza di carattere puramente sensuale ( nel senso che implica l’utilizzo necessario dei cinque sensi)- si riduce così ad essere una pratica surrogatoria o incidentale. In alcuni casi addirittura temuta: che cosa accadrebbe infatti alla nostra vita se l’amico di facebook si materializzasse davvero? Ecco così che quei lemmi –amicizia-condivisione- , di per sé tanto eticamente alti, servono talvolta ad oscurare la profonda solitudine di esistenze che si accontentano di dare-richiedere amicizia limitandosi a sbirciarne gli aggiornamenti nell’altrui profilo. Profilo: qui il termine è assai azzeccato, vista la superficialità di un contatto che è intrinsecamente inautentico, ridotto com’è quasi sempre ad un approccio meramente visuale ed unidimensionale. Il riscontro fisico con il nostro prossimo, il felice- o tragico- intersecarsi della nostra esistenza con quella altrui si arresta così sul confine di una collocazione del tutto fantasmatica e virtuale. In realtà già Shakespeare aveva previsto che uno dei meccanismi più efficaci attraverso cui si attuava la riduzione/reificazione dell’Altro stava nel relegare il nostro prossimo ad una condizione di immaterialità, di virtualità, di non-esistenza.

La coscienza e il male

Settembre 17, 2009

di Vito Mancuso

Credente o non credente, non c’ è uomo che non abbia a che fare con la lotta contro il male che è in lui, che lui stesso ha commesso, ma da cui un giorno egli sente che deve liberarsi, magari senza sapere come né perché. Riconoscersi colpevole del male commesso e giungere a riconciliarsi con chi ne è stato vittima è infatti un’ arte difficile, che, come tutte le arti, non sorge spontanea ma scaturisce da un lungo esercizio. La Chiesa cattolica, grande maestra al riguardo con secoli di esperienza alle spalle, ha sempre riconosciuto un’ importanza essenziale all’ arte del perdono tanto da elevarla a “sacramento”, cioè a segno concreto in cui incontrare l’ azione divina. Lungo la storia tale sacramento ha conosciuto almeno tre diverse modalità di amministrazione: la penitenza pubblica nell’ età patristica, la penitenza tariffaria nell’ alto medioevo, la penitenza privata a partire dal secondo millennio.

Cantieri

Settembre 11, 2009

di Giuseppe Panella

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.7: Preferisco il rumore del mare… su Cantieri di Cinzia Bertoncini (Firenze, Edifir, 2006)

 

“Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare”

(Dino Campana)

La poesia, come la vita d’altronde (anzi soprattutto come la vita) è un cantiere i cui lavori non termineranno mai (anche dopo la scomparsa ad uno a uno dei capomastri che lo dirigono e degli operai che vi lavorano). Essa consiste in una sorta di continuo fabbricare ed elevare edifici di parole che pure continuamente si disfano e continuamente vengono ricostruiti da artefici pazienti e desiderosi di continuare ad erigere i propri castelli di espressioni significanti. Cinzia Bertoncini è esplicita al riguardo e non nasconde la natura di cantiere della propria pratica di poetessa attenta e minuziosa nell’enucleare e mettere in valore gli elementi decisivi della propria proposta di scrittura. Essa sa che in quel cantiere vengono costruiti gli edifici di parole che costellano la strada che conduce verso il compimento della vocazione poetica e laddove essi cadono o si sfaldano una nuova costruzione verbale è pronta a sostituirla. Cinzia Bertoncini è ben consapevole della natura transitoria e tuttavia irreversibile delle costruzioni della poesia e sa bene che il viaggio che essa compie verso l’ignoto non può che essere di sola andata, una corsa irresistibile senza ripensamenti verso lo svelamento di quel mistero che costituisce il destino della scrittura poetica e nasce dalla diversità del linguaggio che permette di considerarlo tale. Si veda ad esempio un testo come:

 

Diretto. Un viaggio senza ritorno. / Da me, / senza ripensamento, dolore o pensiero / si passa. / Una donna dalla quale non si torna, / una che non ritorna mai. // Un viaggio di sola andata. / E passo, come un treno, oltre, / lasciando chiusi i finestrini / e per nessuno / un languido ricordo”

dove l’inseguirsi delle sensazioni si trasforma nel secco scandito delle parole, dove il senso della ricerca stinge nella bruma malinconica dell’esistenza di ognuno.

La mummiona e altre storie

Settembre 11, 2009

di Giuseppe Panella

 

Nicoletta Santini, La Mummiona e altre storie. Le avventure della gatta Panino Panino, con i disegni dell’autrice, Civitavecchia (RM), Prospettivs Editrice, 2009

E’ curioso e un po’ strano scrivere intorno a un libro destinato ai bambini perché forse a farlo meglio di un adulto potrebbero essere proprio loro che ne sono i più legittimi destinatari. Probabilmente un libro come questo viene letto e compreso meglio dai ragazzini che dai suoi fruitori più grandi. O forse no? Forse no in questo caso…

I disegni che arricchiscono e chiariscono il testo sono certamente la sua dimensione più bella: ariosa, libera, un po’ folle, un po’ ardita, decisamente surreale. E i disegni (almeno credo) possono capirli tutti e sono destinati a tutti. Anche agli adulti.

 

Va detto poi che i tre racconti da cui il libro è composto (La Mummiona, Panino Panino contro Drakulon de Drakulone, Il ritorno dei gatti zombi) non sono proprio adatti a un pubblico di bambini piccoli: non li capirebbero (e chissà poi se li capiscono anche gli adulti che glieli leggono o che comunque glieli comprano)…

I testi hanno un andamento vagamente citazionista che affascina proprio per la sua apparente incongruità (già il fatto che uno dei protagonisti, un ragno, si chiami Astolfo dovrebbe mettere sull’avviso). Di queste allusioni riferite a tutto il mondo della cultura, soprattutto quella paraletteraria, il libretto è pieno. Si legga, ad es., questo breve spizzico di dialogo:

« – Adesso ti metti a parlare come Matusalemme? – sibilò la gatta, con il pelo tutto arruffato per il “nervoso”. – Si chiama “Nostradamus”! – Chi? – Il negromante! – E adesso è diventato anche negro!… grrr… vieni qui che… Così mentre la nostra gatta rincorreva topo Leonardo e, questa volta, per farselo arrosto con le patate, all’improvviso ritornò di nuovo la notte più notte, che sovrastò l’intero sotterraneo trascinandosi dietro anche una pioggia diluviale. Subito dopo sopravvenne un vento ancor più fischiante, assordante, galoppante; fu come la furia di una lunga burrasca catastrofica condensata in meno di un quarto d’ora di tempo» (p. 19).