Quella notte a Dolcedo

Mi è costato fatica, ma sono contento di averlo letto. Perché questo non è uno dei tanti libri che escono in continuazione, quelli che si aprono, ci si affida al narratore e ci si lascia portare fino in fondo. No. Qui a ogni pagina bisogna usare la testa, domandarsi il perché di ogni cosa, soprattutto delle cose che non succedono. E non si trova, il dannato perché. Eppure si va avanti ugualmente, proprio come capita nella vita vera, perché la scrittura di Magliani contiene una promessa che non si estingue mai, e quando finisce genera rimpianto.
Questo è un grande libro, come non se ne leggevano da decenni, e non mi sento ancora in grado di farne una recensione ma solo una breve nota. Anche questo è un sintomo del “grande libro”: ci vuole tempo per digerirlo, assimilarlo, entrargli dentro. Ma qualche cosa posso dirla sin d’ora.
Perché mi costava fatica leggerlo? Perché il ritmo di lettura era diverso dal solito. Me lo imponeva la storia, la scrittura, l’argomento. E io faticavo ad adeguarmi. Resistevo. Avrei voluto capire subito se si trattava di un giallo, di una storia di guerra, di archeologia, di fantastoria biblica, o di altro ancora. Invece non è niente di tutto questo: è un libro che esce dagli schemi, non per il gusto di fare una cosa nuova ma perché così doveva essere, e non poteva essere che così.
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