“Era mio padre” di Giovanni krausphenhaar

“Dopo anni quando ci ripensi capita che vorremmo proprio acchiapparle le parole che ha detto certa gente e la gente stessa per chiedergli quello che hanno voluto dirci… Ma se ne sono proprio andati!… […] Bisogna allora continuare la strada da soli, nella notte. Abbiamo perso i veri compagni. Non gli abbiamo fatto la domanda giusta, quella vera, quando c’era tempo.” (Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte).

Ma se “quella gente”, metti caso, era nostro padre, altro sarà il sentimento, il rimpianto per la domanda non fatta, per il gesto incompiuto “quando c’era tempo.” (“Vago nella nebbia dei ricordi. Cerco una risposta, senza alcuna certezza che questa risposta arriverà.”)

Non vorremmo semplificare il coacervo di ragioni e stati d’animo all’origine del romanzo, la necessità e urgenza di questo viaggio nelle profondità del vissuto, ma le domande ci stavano, sospese, coi loro nodi robusti e il dono, alla fine, di una o più risposte che si cercavano, come luce alla fine di un tunnel.
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