Archivi del mese: marzo 2009

La scopa del sistema

Quando la mattina del 14 settembre di quest’anno è arrivata la notizia che David Foster Wallace si era impiccato nella sua casa di Clermont nel sud della California, al dolore si è unita rapidamente la consapevolezza che l’America stava perdendo uno dei suoi maggiori geni letterari. Si è capito subito che se n’era andato uno degli interpreti più lucidi e autentici di quella perpetua ricerca di sé che sembra essere una delle caratteristiche principali della migliore letteratura statunitense. Così non stupisce quanto scrive Stefano Bartezzaghi nell’introduzione a La scopa del sistema, debutto narrativo di Foster Wallace nato dalla sua tesi di laurea: «E’ probabilmente per questo che la notizia del suo suicidio ha percosso i suoi lettori con la forza di uno staffilante dolore personale, diretto: cosa avesse in testa quell’uomo non era più una questione letteraria, era diventata una questione esistenziale senza vie di scampo, del genere tertium non datur. E in tanti ci si è chiesti quando sarà possibile tornare a leggere le sue opere senza pensarci, senza dare troppo peso ai presagi di cui ora sembrano pullulare». David Foster Wallace aveva raggiuntofama internazionale dodici anni fa con il romanzo Infinite Jest, un volumone di 1434 pagine, una sorta di saga ambientata a Boston, con al centro una famiglia, un club di tennis e la custodia scomparsa di un film. Da allora i suoi libri – sia romanzi che saggi pubblicati nel nostro paese da Fandango, Einaudi e Minimum Fax – hanno raccolto un numero crescente di lettori e una grande attenzione da parte della critica. L’umanità raccontata da Foster Wallace sembra pescare nella follia della vita quotidiana americana. I suoi «personaggi che sembrano cartoni animati, storie a incastro, coincidenze impossibili», mostrano «un amore sincero per la cultura pop e soprattutto quello spirito giocoso e quell’umorismo che sembravano scomparsi dalla maggior parte della narrativa piú recente» ha scritto di lui la New York Times Book Review. La scopa del sistema conferma curiosità e stile, sregolatezza formale e intuizione nello sguardo

… di Guido Caldiron

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Canti del caos

È uno di quei libri che non solo cambiano la storia della letteratura, non solo cambiano il lettore che li legge, ma cambiano anche i libri degli altri, rendendoli piccoli, irrilevanti. Quindici anni di scrittura, quindici anni per la stesura di un lungo romanzo in tre parti, quindici anni di calvario tra gli editori: prima Feltrinelli, che ne pubblica la prima parte, nel 2001, ma non vuole la seconda. Rizzoli pubblica la seconda, nel 2003, ma non vuole la terza.

Personaggi assurdi e idee divertenti
Ora, finalmente, Antonio Moresco ha portato a termine Canti del caos, che esce per Mondadori in un unico volume di mille pagine, pagate dall’editore solo ottomila euro, meno di otto euro a pagina, meno di un dattilografo. Nel frattempo, nel silenzio di chi legge e studia, sono già una dozzina le tesi di laurea scritte spontaneamente, nell’ultimo decennio, in sparsi atenei italiani, su questo scrittore nato nel 1947 e che ha esordito solo nel 1993, dopo decine di rifiuti editoriali. Il suo impatto solitario, eroico, irriducibile, sulla società letteraria italiana, è raccontato in Lettere a nessuno, pubblicato da Einaudi l’anno scorso e caduto nell’imbarazzante oblìo dei critici, i quali preferiscono accapigliarsi sulla storia della letteratura di Asor Rosa. Canti del caos è un’opera colossale, un’opera inclassificabile, una rivoluzione come lo è ogni capolavoro quando è un’opera d’arte e non un prodotto di intrattenimento usa e getta. Non lasciatevi ingannare dai recensori, da quelli come Angelo Guglielmi che lo hanno definito «un libro illeggibile» solo perché non leggono più o non sanno più leggere.
Si tratta di un terremoto di parole, un’esplosione su cui neppure la Mondadori investirà più di tanto, un libro sconvolgente che non sarà candidato a nessun premio letterario, di cui non vedrete pubblicità, come d’altra parte è successo a Flaubert, a Melville, a Proust, a Kafka. E proprio a Franz Kafka è stato paragonato Antonio Moresco, e non in Italia, bensì in Germania, sui principali quotidiani, all’uscita della traduzione tedesca de Gli esordi.
… recensione di Massimiliano Parente

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Gatti, volpi, ragni.

“Non toccate la scienza.
E se fate le pentole ricordatevi i coperchi”.

(da L’enciclopedia dall’a alla z)

L’entomologia è una scienza che studia anche i ragni. Gli altri insetti a volte sono permalosi, ma i ragni no. I ragni costruiscono tele per catturare le mosche e se per puro accidente gliele distruggiamo, loro fanno finta di niente e ci pungono. Il loro fare finta di niente è una forma di bugia, ma uno scienziato non deve trarre conclusioni generali sui ragni troppo in fretta.
I gatti e le volpi sono inclusi in questo studio entomologico per le loro caratteristiche di tessitori occulti di trame. Altresì va rilevato che almeno in un caso, un gatto e una volpe, si sono rivelati bugiardi. Al contrario di noi burattini che se diciamo una bugia ci cresce il naso, mentre ai ragni si accorciano le zampe, ai gatti e alle volpi non accade nulla di eccezionale.

Nel suo “Trattato della natura morta e della natura viva” , Pinocchio I detto anche il Traduttore, scrisse: “lasciate stare i ragni, ma guardatevi dai gatti, dalle volpi e da Penelope”.

Nadia Augustoni

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La poesia di Luigia Sorrentino

Luigia Sorrentino è nata a Napoli e vive a Roma. La sua prima raccolta di poesie si intitola C’è un padre (Manni, Lecce 2003), al quale è seguita la plaquette La cattedrale (Il Ragazzo Innocuo, Milano 2008) e alcuni testi comparsi su “Almanacco dello Specchio 2008” (Mondadori, Milano). E’ giornalista a Rai News 24. Attrice della Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio Gassman, ha preso parte a diversi spettacoli di prosa, a film per la televisione e a cortometraggi.

Già con l’inaugurale raccolta poetica pubblicata da Manni nel 2003 (C’è un padre), Luigia Sorrentino aveva dimostrato immediatamente la varietà dei temi e delle linee portanti di una poetica sospesa tra affetti familiari soffusi e ritorni a “discussioni mute”, a rovelli e abbandoni, con gesti affermativi e negazioni subitanee. Ruggero Cappuccio, nella postfazione a C’è un padre, scrisse: “E’ certo che la fisicità tagliente delle terre, delle arie, dei liquidi fuocosi, dove la Sorrentino ha trascorso la sua infanzia, adolescenza e prima giovinezza, devono averle insegnato che lì il paesaggio e lo sfondo sono tutt’uno con gli uomini…”. Luigia Sorrentino scrive una poesia tesa, con una propensione a creare metafore e una difesa dall’assedio del tempo che stringe. Ma è soprattutto l’amore a scompaginare i piani e ad essere salvaguardato frugando nelle pieghe dell’anima contemporanea.

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Acasadidido

Domenica 22 marzo, alle ore 10.30, al Punto Pero, in via Sempione 70, a Pero (Milano), nell’ambito della rassegna “Aperitivi letterari – Incontri con gli autori” promossa dall’Assessorato alla Cultura e dalla Biblioteca Comunale, Giorgio Morale presenta il suo nuovo romanzo Acasadidio (Manni 2008).

Martedì 24 marzo, alle ore 18, l’autore sarà presso la libreria Feltrinelli di via Manzoni 12, a Milano. Intervengono Gabriella Fuschini e Giovanni Giovannetti. Letture di Mattia Camisa Morale e Maria Cascone. Alla fisarmonica Beno Fignon.

ulteriori informazioni QUI

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Re delle Bettole

«All’inizio di quel round Ernest perse la concentrazione; mi venne incontro troppo in fretta, col sinistro abbassato, e ricevette un pugno sulla bocca. Il suo labbro cominciò a sanguinare. Era accaduto spesso. Non avrebbe dovuto significare nulla per lui. Non aveva forse scherzato con il barista Jimmy sul fatto che mi riteneva sempre suo amico mentre ero capace di fargli sanguinare il labbro? Con la coda dell’occhio aveva forse visto l’espressione spaventata sul volto di Scott. Oppure il sapore del sangue in bocca l’aveva forse indotto a voler combattere con più violenza. Fece un affondo, sferrando colpi più avventatamente. Mentre gli giravo intorno, continuavo a colpire la sua bocca sanguinante. Dovevo dimenticarmi di Scott, perché il gioco di Ernest era diventato più pesante, i suoi pugni erano più violenti del solito. I suoi pugni pesanti, se avessero colto il segno, mi avrebbero stordito. Dovevo colpire più velocemente e più forte per stargli alla larga. Mi preoccupava il fatto che prendeva i pugni in faccia come uno che dicesse a se stesso che gli bastava solo mettere a segno un unico forte pugno

… di Roberto Plevano

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Il ruolo dei gatti

”Il ruolo dei gatti” (di Felice Muolo; Azimut; pp110; Euro 10,00) è un romanzo piacevole. E’ una storia bizzarra, che coinvolge al suo interno personaggi altrettanto stravaganti. Il protagonista, Franco Narracci, un uomo di quarant’anni, racconta la sua vita, scava all’interno delle sue disillusioni ideologiche, dei suoi amori perduti, delle sue amicizie e del suo lavoro di (quasi) direttore d’albergo.

 

     In realtà il libro viaggia seguendo due trame che nello scorrere delle pagine si intersecano in maniera inaspettata. Il ruolo dei gatti è la storia di un uomo, delle sue paure, delle sue incertezze, delle sue riflessioni sul senso della vita. Ma è anche un giallo, un mistero da risolvere. Un enigma da sciogliere che parte all’inizio del libro con la morte di Mario e l’affidamento dei suoi dieci gatti a Franco.

… di Martina Calluso

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