Stabat Mater

Si sa: quelle che pensiamo siano semplici e mere coincidenze si rivelano spesso come premonizioni e segni che la vita s’incaricherà di spiegarci, in maniera più o meno plausibile. Non certo casuale appare, da questo punto di vista, la singolare unità di luogo- l’antico orfanotrofio della Pietà a Venezia- attorno a cui si concentra, quasi per intero, la storia narrata in questo sorprendente ultimo libro di Tiziano Scarpa. Lì un tempo, secoli fa, in quelle stanze severe ed austere vivevano centinaia di ragazze che erano state abbandonate dalle famiglie. Lì, alle più dotate, veniva insegnata la musica. Lì, per trentacinque anni, Vivaldi fu maestro di violino e compose musica per loro. Lì si concentra la vicenda umana della straniata protagonista di questo “Stabat mater”: Cecilia. Negli anni sessanta, il reparto maternità dell’ospedale civile di Venezia era situato proprio nei locali che avevano accolto quelle povere ragazze. Tiziano Scarpa è nato lì nel 1963. La quaestio pare scontata: che ne sarebbe stato della sua vita se fosse stato abbandonato appena nato, come capitò a quelle ragazze che vissero un’esistenza tanto appartata e misteriosa proprio in quei luoghi dove lui venne alla luce? Cecilia ( la santa della musica: nomen omen ?) è la voce narrante che scrive una sorta di dolente, dickinsoniana lettera al mondo indirizzata ad una Madre mai conosciuta: una scrittura diaristica che assembla sogni e schegge di realtà per decifrarsi e decifrare. Cecilia è solitaria ed introversa, selvatica e razionale, naif e cerebrale: i daimon che la possiedono, la musica e la scrittura, sono a lei cura e malattia. Va letto questo romanzo come se fosse un lungo recitativo, un monologo diviso in strofe e mottetti.

… di Tiziano Scarpa

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