La vicevita

Con questo suo “La vicevita”, nell’ottima collana “Contromano” della Laterza, Valerio Magrelli alla sua seconda felice incursione nel campo della prosa dopo “Nel condominio di carne” ( Einaudi 2003), più che sui treni ha scritto un libro su quelli che, volentieri o a malincuore, li abitano e li affollano. Poiché le storie su viaggi e corpi sono i due nuclei attorno a cui si struttura quest’opera, si può affermare che questo è un libro sul ‘personale viaggiante’, riciclando così una grigia espressione burocratizia che, un tempo, concerneva solo quelli che esplicavano la propria attività professionale su treni e vagoni. In realtà, Magrelli, in questo delizioso libro la cui esile ampiezza è inversamente proporzionale al piacere della lettura, decontestualizza e potenzia questa espressione, restituendola pienamente al suo significato etimologico. L’autore ci racconta infatti la ramificata e curiosa serie di avventure di cui è stato testimone e protagonista in quella specola privilegiata, in quel panopticon nomade, in quel luogo esausto di simboli ed allegorie che è il treno. Scorrendo le pagine di questa ‘vice-autobiografia tutt’altro che a scarto ridotto’, il treno appare come un laboratorio psicosociale in progress, una macchina di trasformazione che nel suo movimento antinaturale ed ipnotico fa e disfa storie e destini, vite e persone.

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