L’estate che perdemmo Dio

di Rosella Pastorino

«Il sangue non è ragionevole, forse lei non lo sa? E la famiglia, la famiglia non è mai una cosa ragionevole.» – p. 148

L’estate che perdemmo Dio è un libro che parla di persone. Non si tratta di un’affermazione del tutto scontata. Di solito in una storia troviamo dei personaggi e l’ambiente che li contiene (l’ambiente stesso, in alcuni casi, svolge la funzione di personaggio, come ad esempio nel Castello di Kafka). Si può scegliere di dare maggiore risalto alla visione d’insieme: pensiamo a Rumore bianco (1985) di DeLillo, efficacissimo nel rendere la psicosi della middle class americana anni ’80, tra invadenza dei media e fuga di gas tossici, a scapito però talvolta della descrizione dei caratteri, che rischiano così di vedersi schiacciati dalla portata della costruzione narrativa. Su un versante opposto, proviamo invece a considerare Una donna spezzata (1967), di Simone de Beauvoir: tre racconti di donne che riassumono nel proprio angolo visuale l’intero mondo. Per tornare ai giorni nostri, un’altra strada è quella seguita da Walter Siti in Troppi paradisi (2006), dove il protagonista si chiama proprio Walter Siti, e si rapporta alla realtà dell’Italia contemporanea per mezzo di una narrazione biografica romanzata, tanto più vera laddove è palesemente falsa.

L’estate che perdemmo Dio ci parla di due sorelle, Caterina e Margherita, e dei loro genitori, Laura e Salvatore, che lasciano la terra e gli affetti per cercare una nuova vita al Nord, in seguito alla tragedia che si è abbattuta sulla loro famiglia.

recensione di Luca Mirarchi

Commenti disabilitati su L’estate che perdemmo Dio

Archiviato in libri

I commenti sono chiusi.