Archivi del mese: luglio 2009

Memoria di un attore folle

Com’è accaduto che la follia sia entrata nella mia vita? La follia che solidifica il pensiero in figure antropomorfe, in voci a bassa frequenza, in onde lunghe che s’insufflano nell’udito? Ho cercato un perché, sì, l’ho cercato; forse lo cercavo ancor prima d’impazzire, ed è stato quello a farmi precipitare. Sono precipitato all’indietro portandomi appresso una semplice domanda senza oggetto e senza tempo, giù, in un abisso che si spalancava fondale dopo fondale, mentre ero incapace di farmi convincere da chicchessia ad arrestare la caduta, perfino da Kurt Gödel e dal suo teorema sulle classi d’oggetti. Anche nella formulazione dell’argomento razionale sfarinavo verso il basso, ed unghiata dopo unghiata praticavo dei varchi nei veli che avvolgevano il mio corpo e quello degli altri, deciso a togliere ogni gualdrappa, ogni abito acquisito, dritto dritto allo schianto contro l’immodificabile, l’eterno e l’identico. Mentre cadevo ho perduto l’adesione al ritmo naturale del tempo. In realtà non perché l’ho negato, ma perché l’ho intensificato in un presente in cui tutto era simultaneo con tutto: tutto il mio passato, peraltro filtrato da ricordi opinabili, tutto il presente mio e altrui, mediato dalle mie congetture, dalle mie convinzioni, dai bisogni incisi nella mia mente come ulcere su di un corpo. Toglievo ruolo e titoli agli esseri umani in cui m’imbattevo, e mi facevo via via più sgraziato ed insolente, ma io cercavo solamente il nudo uomo, la nuda idea d’umanità. Non ho accumulato cose su cose, meriti a meriti, beni di tangibile pesantezza; piuttosto ho perseguito la dissipazione, assommando esperienza ad esperienza. La dissipazione, dunque, come atto di sovranità, come slancio vitale verso un punto cieco, verso un insieme vuoto, grandioso nella sua semplice elementarità.

Andrea Sartori

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Fiori di loto

Seduto con le spalle al
sole mi piace seguire
con le unghie l’onda
incerta del mento
sfiorarti appena il sangue
con le dita cercando nel
mistero delle mani
qualcosa che rassomigli
ancora al mio disordine
di prima assorto nel circo
dei tuoi verbi traditori
infilo capelli e baci sulle
ciglia rubando a grammatiche
d’oriente il profumo e l’attrattiva
Inganno di fine settembre
dolce scorrettezza del pensiero
sorde le parole che mi hanno
trascinata nei sapienti giochi
dei silenzi
come adesso
che parli solo con la curva delle
braccia e mi guardi mangiare un
po’ di pane da un prato
sconfinato della mente

Laura Corraducci

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Un’altra vita

È comparsa inattesa,
come una crepa,
sul bordo del tavolo,
nell’angolo;

come per caso,
presa di taglio
da una luce fredda,
come una resa:

l’inattesa scossa,
il tuffo, l’idea
che questa

è un’altra vita.

Pasquale Vitagliano

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Mai farsi il sangue amaro

ho sudato e pregato

per tornare all’alba del respiro

e ricominciare il conto dei colpi

sperando di non tradirmi ancora

di cancellare dalla sabbia gli errori

(di ortografia o metafisica)

 

era necessario ferire

il ventricolo giusto

scegliere un proiettile spietato

senza giustificazioni o saluti

erratico ed asciutto

 

il rimorso di aver teso la mano sbagliata

forse svanisce in fretta, neanche marcisce

e l’alba lo cancella nel sorriso

sottile di lei

sveglia

a contarti i respiri

Marco Di Pasquale

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Cento madri

Romanzo? Nonostante la dicitura fosse stampigliata sulla prima pagina di copertina ho dubitato che lo fosse davvero. Basta leggere le prime due pagine del libro, quelle col titolo “Mongolfiere” in neretto, per capire che siamo in presenza di un testo “altro”. Una parola tira l’altra e nessuna è fuori posto. Ti sembra di vederle quelle mongolfiere tanto sono ben descritte. Ma poi, già nelle prime righe del primo capitolo arriva la doccia fredda: il protagonista, chiunque egli sia, si confessa reo di un delitto: il più atroce. Dunque c’è un delitto. C’è un colpevole reo confesso, c’è una trama! Se c’è una trama, non può che trattarsi di un romanzo. E’ evidente. Non ancora convinto ed in cerca di una conferma corro a leggermi la postfazione. Sì, lo so che non bisognerebbe farlo, ma lo faccio lo stesso. Paolo Ruffilli, che Dio ce lo conservi, parla però di elusione della trama. Sostiene che la cifra principale del libro consiste nel descrivere una resistenza paradossale, potente e violenta, delle molte micro e macro culture al processo di globalizzazione in atto. Mmm, se è così, mi rifiuto di leggerlo. Ne ho già letti troppi di libri così. Ma poi parla anche di rapporto conflittuale con la terra madre, parla di impulsi: ansie, paure, desideri, ossessioni. Parla della vita e del percorso sghembo che è necessario adottare per attraversarla. Questo sì che m’interessa. Così riprendo la lettura. E non la smetto finché non l’ho terminata. All’ultima pagina, e solo all’ultima, ho capito cosa ho letto. Ho letto un romanzo, questo è sicuro, ma non solo. E’ uno dei romanzi più belli tra quelli che ho letto da qualche anno a questa parte. Certo, non è un testo standard; non si tratta di un thriller; non ha niente a che fare con i noir americani o i gialli nostrani, ma c’è un delitto, che verrà svelato solo nel finale, e che lascerà con la bocca asciutta i patiti del genere per il semplice motivo che un colpevole non c’è. Non ci sono colpevoli in questo romanzo. Vittime, semmai.

Silvano Fantini

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Tempo molteplicità identità

Porre un discorso di utopia rinnovata ad opera di un’avanguardia plurale orizzontale, che ha un soggetto collettivo e dalle identità plurali, in posizione di engagement agente fuori le gerarchie della subordinazione al “principe” e alle regole di un sistema codificato, è dunque riprendere la via della poesia antagonista; l’antagonismo che rifiuta la logica dei due tempi o del rimandare l’azione utopica a tempi migliori. Vuol dire “vedere” il noûs dell’io poetico come identità plurale e “autore” collettivo di un testo altrettanto collettivo. Una simultaneità che coniuga teoria e prassi conflittuale su un terreno di comune modellizzazione e azione. E ciò vuol dire rapportarsi con un altro ‘punto di vista’, un esser-ci cooperativo che si riconosce in un divenire comune e in una temporalità storica che al tempo dà una propria intrinseca instabilità e irreversibilità.

… di Antonino Consiliano

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La luna e lo specchio. Il centro del cerchio.

Viaggio al centro della parola. Alberto Mancini, La luna e lo specchio. Il centro del cerchio, Roma, Lepisma, 2008

 

1. Allusioni e contatti: poesia come ricerca di sintonie armoniose

«Ancora parli, ancora parli; e guardi / le cose intorno. Piove. S’ avvicina / l’ombra grigiastra. Suona l’ora. È tardi»

(Marino Moretti, Poesie scritte col lapis)

 

Alberto Mancini è un poeta di atmosfere e di sensazioni, di sogni scaltriti dalla cultura e di ritmi segreti che scandiscono pian piano una situazione in bilico di attenta e quasi misteriosa sintonia con il passato che filtra, tuttavia, attraverso il presente. Il suo piano di scrittura si muove sempre in questa direzione. Nella sua breve (quanto densa) introduzione al primo libro di poesie di Alberto Mancini (Frammenti di voce, Perugia, Edizioni Guerra, 2006), Renzo Pavese esordisce così:

Giuseppe Panella

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