Cento madri

Romanzo? Nonostante la dicitura fosse stampigliata sulla prima pagina di copertina ho dubitato che lo fosse davvero. Basta leggere le prime due pagine del libro, quelle col titolo “Mongolfiere” in neretto, per capire che siamo in presenza di un testo “altro”. Una parola tira l’altra e nessuna è fuori posto. Ti sembra di vederle quelle mongolfiere tanto sono ben descritte. Ma poi, già nelle prime righe del primo capitolo arriva la doccia fredda: il protagonista, chiunque egli sia, si confessa reo di un delitto: il più atroce. Dunque c’è un delitto. C’è un colpevole reo confesso, c’è una trama! Se c’è una trama, non può che trattarsi di un romanzo. E’ evidente. Non ancora convinto ed in cerca di una conferma corro a leggermi la postfazione. Sì, lo so che non bisognerebbe farlo, ma lo faccio lo stesso. Paolo Ruffilli, che Dio ce lo conservi, parla però di elusione della trama. Sostiene che la cifra principale del libro consiste nel descrivere una resistenza paradossale, potente e violenta, delle molte micro e macro culture al processo di globalizzazione in atto. Mmm, se è così, mi rifiuto di leggerlo. Ne ho già letti troppi di libri così. Ma poi parla anche di rapporto conflittuale con la terra madre, parla di impulsi: ansie, paure, desideri, ossessioni. Parla della vita e del percorso sghembo che è necessario adottare per attraversarla. Questo sì che m’interessa. Così riprendo la lettura. E non la smetto finché non l’ho terminata. All’ultima pagina, e solo all’ultima, ho capito cosa ho letto. Ho letto un romanzo, questo è sicuro, ma non solo. E’ uno dei romanzi più belli tra quelli che ho letto da qualche anno a questa parte. Certo, non è un testo standard; non si tratta di un thriller; non ha niente a che fare con i noir americani o i gialli nostrani, ma c’è un delitto, che verrà svelato solo nel finale, e che lascerà con la bocca asciutta i patiti del genere per il semplice motivo che un colpevole non c’è. Non ci sono colpevoli in questo romanzo. Vittime, semmai.

Silvano Fantini

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