Memoria di un attore folle

Com’è accaduto che la follia sia entrata nella mia vita? La follia che solidifica il pensiero in figure antropomorfe, in voci a bassa frequenza, in onde lunghe che s’insufflano nell’udito? Ho cercato un perché, sì, l’ho cercato; forse lo cercavo ancor prima d’impazzire, ed è stato quello a farmi precipitare. Sono precipitato all’indietro portandomi appresso una semplice domanda senza oggetto e senza tempo, giù, in un abisso che si spalancava fondale dopo fondale, mentre ero incapace di farmi convincere da chicchessia ad arrestare la caduta, perfino da Kurt Gödel e dal suo teorema sulle classi d’oggetti. Anche nella formulazione dell’argomento razionale sfarinavo verso il basso, ed unghiata dopo unghiata praticavo dei varchi nei veli che avvolgevano il mio corpo e quello degli altri, deciso a togliere ogni gualdrappa, ogni abito acquisito, dritto dritto allo schianto contro l’immodificabile, l’eterno e l’identico. Mentre cadevo ho perduto l’adesione al ritmo naturale del tempo. In realtà non perché l’ho negato, ma perché l’ho intensificato in un presente in cui tutto era simultaneo con tutto: tutto il mio passato, peraltro filtrato da ricordi opinabili, tutto il presente mio e altrui, mediato dalle mie congetture, dalle mie convinzioni, dai bisogni incisi nella mia mente come ulcere su di un corpo. Toglievo ruolo e titoli agli esseri umani in cui m’imbattevo, e mi facevo via via più sgraziato ed insolente, ma io cercavo solamente il nudo uomo, la nuda idea d’umanità. Non ho accumulato cose su cose, meriti a meriti, beni di tangibile pesantezza; piuttosto ho perseguito la dissipazione, assommando esperienza ad esperienza. La dissipazione, dunque, come atto di sovranità, come slancio vitale verso un punto cieco, verso un insieme vuoto, grandioso nella sua semplice elementarità.

Andrea Sartori

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