Archivi del mese: agosto 2009

Io canto me stesso

Io canto me stesso… Introduzione alla poesia di Benedetto Di Pietro (Canto del mio dire, Milano, Casa Editrice Prometheus, 2008)

 

«Io canto l’individuo, la singola persona, / Al tempo stesso canto la Democrazia, la massa. // L’organismo, da capo a piedi, canto, / La semplice fisionomia, il cervello da soli non sono degni / della Musa : la Forma integrale ne è ben più degna, / e la Femmina canto parimenti che il Maschio. // Canto la vita immensa in passione, pulsazioni e forza, / Lieto, per le più libere azioni che sotto leggi divine si attuano, / Canto l’Uomo Moderno»

(Walt Whitman, “Io canto l’individuo” in Foglie d’erba, trad. it. di Enzo Giachino)

 

1. Un canto libero per far fronte al mondo

 

Fin dall’inizio del suo nuovo libro di poesie, Di Pietro si proietta inarrestabilmente in una dimensione e in un assoluto di canto. Il suo intento, largamente confessato sin dall’inizio, è quello di liberare attraverso la poesia il proprio spazio di osservazione e di giudizio.

 

«Canto del mio dire / che suggerisci forme / d’aria e di fuoco, / vive nell’occhio / spente nel cuore. / Canto del mio dire / che infinito carme / preso dal mare / porti la sera / dove il ritorno è duro. // Dire del mio canto / non rimuove i silenzi / fissi nella gola, / letti sui giornali, / urlati negli occhi / a chi illuso del potere / più non vede il sole / che grande sorge / e tramonta vecchio. / E io canto Maria / perché l’animo gentile / loda la sposa. / E dire che io canto» (Canto del mio dire, p. 13).

La volontà di canto di Di Pietro è universalistica e totalizzante: abbraccia il mondo in tutti i suoi elementi costitutivi (l’aria, la terra, il fuoco e l’acqua del mare), la donna che ama e che rispetta, il sole che ogni giorno compie il suo giro e non si stanca mai di farlo.

Il suo canto, però, è fatto della stessa materia del suo “dire” – ovvero è composto di tutte le sfaccettature del suo essere uomo e poeta e ad essere non può che rimandare.

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Il libro che non vende

di Antonio Gnoli

Giulio Lattanzi è da quasi cinque anni a capo della Rcs libri. È un manager puro che tiene la barra dritta sul conto economico, che progetta strategie finanziarie, opera fusioni, alleanze, acquisizioni. Insomma è uno che per il mestiere che fa non piacerebbe all’ editore Giuseppe Laterza che, in un’ intervista apparsa su queste pagine, si è detto molto preoccupato del ruolo di queste figure che rischiano di alterare il mercato librario «Il manager», dice Lattanzi, «è un’ esperienza più complessa, meno caricaturale di come Giuseppe Laterza l’ ha dipinta». Converrà, che fare libri non è la stessa cosa del produrre automobili o panettoni. «Lavoriamo dentro un’ impresa con un forte tasso di innovazione, la cui molla culturale è la creatività. Più della metà del fatturato della nostra casa editrice proviene dai titoli nuovi che pubblichiamo. Non sappiamo in anticipo se venderanno bene. Ma siamo consapevoli che il loro successo è essenziale per l’ andamento della casa editrice. Il profitto non è un obiettivo, è un vincolo che vale tanto per l’ azienda automobilistica, quanto per quella che produce libri». Ma il successo non può essere la sola componente? «Pienamente d’ accordo.

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Harry, rivisto

Mark Sarvas,“Harry, rivisto”, Adelphi, 2009,pag. 310, euro 19,00.

Sia gloria a tutti gli Harry Rent, pochi o tanti che siano, ma che rendono migliore e più gradevole questo mondo. Sia gloria a quelli che, dopo la lettura di questo romanzo, tenteranno di somigliare a Harry Rent; Harry Genio nostro degli Sprovveduti e Dio degli Incapaci, Harry indimenticabile macchietta che fa dell’errore il suo infallibile Sistema e della défaillance la sua Regola aurea.
Sia gloria a tutti gli Harry Rent dispersi e confusi nell’Harrylandia, Maestri dell’Imperizia e Imperatori della Goffaggine, che non temono confronti quando si tratta di centrare sempre il bersaglio sbagliato, incapaci di assolvere le cure più banali della prassi quotidiana ( aprire una bottiglia, scegliere un libro, masturbarsi, mangiare un toast), outsiders derisi e vilipesi, disinvolti nello sbrigare cerimonie e sofismi quanto un elefante in una cristalleria. Sia gloria a tutti gli Harry Rent che usano la propria disarmante bêtise come un grimaldello capace di mutare ogni avversità in favore e di trasformare, con altrettanta efficacia, la Fortuna in sciagura. Sia gloria a tutti gli Harry Rent che fanno della propria inadeguatezza il sale della vita, sia gloria alla loro stupefacente cialtroneria che li rende inabili a fabbricare persino la bugia più elementare. Sia gloria a questo Oblomov made in USA abbarbicato gelosamente alla propria pigrizia (Harry, radiologo californiano quarantenne sposato alla ricchissima e dolcissima Anna, che gira in Jaguar e possiede senza merito una villa stratosferica a Bel Air, Los Angeles). Sia gloria a tutti gli Harry Rent, cloni millesimati e arricchiti del Big Lebowski, necessari, come l’indimenticabile freak protagonista dell’omonimo film, a svelarci quale ruolo eserciti la follia nel mondo. Sia gloria a questo Zeno Cosini trapiantato nella West Coast che, per colpa di un sandwich inopinatamente chiamato Montecristo, tenta, con risvolti tragicomici, di ricalcare le gesta dell’eroe eponimo sandwichizzato, il dumasiano Edmond Dantès. Sia gloria a Harry Rent, perfetta macchina della vaghezza e della simplicioneria, questo uomo-pantomima, esilarante e dolcissima, attorniato da comprimari che stanno tra il cartone animato ed il romanzo d’appendice ( i due poliziotti Donchisciotte e Sancio, la grassa Lucile, la bella e colta Molly, la giovane moglie deceduta prematuramente, il perfido Bruce, la problematica Claire,…).

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Ecco il mio nome

di Francesco Sasso

«”Cerca l’azione. La parola è morta” dicono gli altri / La parola è morta perché le vostre lingue hanno sostituito alla parola il mimo. / La parola? Volete svelarne il fuoco? Dunque, scrivete. / Dico scrivete e non dico mimate, né dico copiate. / Scrivete – dall’Oceano al Golfo, non odo una sola lingua, non leggo / una parola. Odo rumore. Perciò non intendo chi lancia / fuoco. / La parola è la più leggera delle cose e le contiene tutte. L’azione è direzione e istante, la parola è tutte le direzioni e il tempo. La parola – la mano, la mano – il sogno: / Ti svelo, oh fuoco, oh mia capitale / Ti svelo, oh poema, / io seduco Beirut, mi veste, la vesto. Erriamo come raggi, […]» (pag. 111)

Poeta pluripremiato, saggista, imprescindibile punto di riferimento per intere generazioni di artisti e scrittori arabi, Adonis (1930) è una delle maggiori e più coraggiose personalità letterarie contemporanee del mondo arabo.

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La classe fa ola mentre spiego

“La classe fa la ola mentre spiego” (Rizzoli 2006 Euro 10) è una raccolta delle più bizzarre note disciplinari apparse negli ultimi anni sui registri scolastici italiani, collezione compilata da John Beer, oscuro e misterioso autore del sito www.notadisciplinare.it
Negli ultimi tempi, un gran numero di casi di cronaca ha sistematicamente demolito nella mente degli italiani ciò che ancora rimaneva della melensa e posticcia abnegazione umana e studentesta del Libro Cuore di De Amicis. Improvvisamente l’Italia si è accorta che le maestrine dalla penna rossa erano una razza ormai definitivamente estinta e che in compenso, un branco di Franti (non ancora chiamati “bulli”) aveva prepotentemente occupato gli edifici.

 Ai casi sono seguite le polemiche, si è dibattuto sugli insegnanti che hanno fatto il ‘68, sulla generazione x, sulla maleducazione, l’inciviltà, sui costumi che non sono più quelli di una volta, sulla barbarie giovanile e istituzionale. Questo libro rivela uno spaccato fino ad ora inedito della scuola odierna e lo fa avvalendosi di una forma macrotestuale di tutto rispetto quale la raccolta di “detti piacevoli” che hanno la rara capacità di trasportarci dal sorriso a denti stretti fino alla risata del paradosso. Il tutto offrendo uno spaccato di vita “da banco” e “da cattedra” che certamente può giovare ad un’analisi più approfondita del fenomeno “scuola italiana”. Che cos’è una nota disciplinare? Leggendo questa raccolta (un best seller dell’umorismo, certo, il cui spessore sociale, si badi bene, è però ben distante dalle raccolte di facezie riguardanti calciatori e affini) si ha l’impressione che i registri di classe italiani siano codici manoscritti inesplorati, contenitori di storie e aneddoti che molto hanno da dire sia sullo spirito con cui uno studente affronta la scuola oggi, sia sull’ “occhio docenziale”, il punto di vista dell’insegnante che qui funge da filtro, da torretta di osservazione di una società le cui intemperanze sconcertano e indignano, certo, ma per fortuna non hanno cessato di suscitare nel lettore una salvifica ilarità.Di seguito riportiamo un campionario minimo. Carente. Ovviamente insufficiente.

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Taci anima stanca di godere

Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita,
in un’indifferenza disperata.
Noi non ci stupiremmo
non è vero, mia anima, se il cuore
s’arrestasse, sospeso se ci fosse
il fiato…
Invece camminiamo.
Camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi sono alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduta ha la sua voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.

Camillo Sbarbaro

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Tassonomia 2

Riprendiamo il discorso sulla “tassonomia” cominciato il 9 agosto scorso. In quelle noterelle avevamo dimenticato di dire che il termine è un prestito del linguaggio scientifico perché con tassonomia si intende una branca della storia naturale che studia la classificazione degli esseri viventi e dei fossili (dal greco “taxi”, collocazione e “nomía”, nome). La “tassonomia linguistica” si potrebbe definire, quindi, la scienza che studia il “sesso” dei sostantivi in base alla loro collocazione nei vari settori. In base a questa classificazione, contrariamente al “buon senso”, tendono a collocarsi nel genere femminile i nomi militari che indicano mansioni: guardia; ronda; pattuglia; sentinella e via dicendo. Ma perché proprio femminili dal momento che queste mansioni erano svolte, fino a qualche anno fa, esclusivamente dagli uomini? Perché, fa notare il linguista Bruno Migliorini, il loro genere è dovuto al valore “astratto-collettivo” della funzione che questi sostantivi designano, valore che, per l’appunto, la tassonomia lo preferisce rappresentato dal femminile. Sono altresí di genere femminile i nomi di nozioni astratte, di discipline, di scienze: la bontà, la fiducia; la pace; la grammatica; la geografia, l’informatica (oggi tanto “di moda”); la passione; la collera ecc. Ma anche in questo “settore” non mancano le eccezioni come si può notare dal fatto che accanto a molti nomi femminili ci sono sinonimi maschili: allegria/buonumore; giustizia/diritto; discordia/disaccordo; passione/amore e altri che ora non ci sovvengono.

Fausto Raso

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