Io canto me stesso

Io canto me stesso… Introduzione alla poesia di Benedetto Di Pietro (Canto del mio dire, Milano, Casa Editrice Prometheus, 2008)

 

«Io canto l’individuo, la singola persona, / Al tempo stesso canto la Democrazia, la massa. // L’organismo, da capo a piedi, canto, / La semplice fisionomia, il cervello da soli non sono degni / della Musa : la Forma integrale ne è ben più degna, / e la Femmina canto parimenti che il Maschio. // Canto la vita immensa in passione, pulsazioni e forza, / Lieto, per le più libere azioni che sotto leggi divine si attuano, / Canto l’Uomo Moderno»

(Walt Whitman, “Io canto l’individuo” in Foglie d’erba, trad. it. di Enzo Giachino)

 

1. Un canto libero per far fronte al mondo

 

Fin dall’inizio del suo nuovo libro di poesie, Di Pietro si proietta inarrestabilmente in una dimensione e in un assoluto di canto. Il suo intento, largamente confessato sin dall’inizio, è quello di liberare attraverso la poesia il proprio spazio di osservazione e di giudizio.

 

«Canto del mio dire / che suggerisci forme / d’aria e di fuoco, / vive nell’occhio / spente nel cuore. / Canto del mio dire / che infinito carme / preso dal mare / porti la sera / dove il ritorno è duro. // Dire del mio canto / non rimuove i silenzi / fissi nella gola, / letti sui giornali, / urlati negli occhi / a chi illuso del potere / più non vede il sole / che grande sorge / e tramonta vecchio. / E io canto Maria / perché l’animo gentile / loda la sposa. / E dire che io canto» (Canto del mio dire, p. 13).

La volontà di canto di Di Pietro è universalistica e totalizzante: abbraccia il mondo in tutti i suoi elementi costitutivi (l’aria, la terra, il fuoco e l’acqua del mare), la donna che ama e che rispetta, il sole che ogni giorno compie il suo giro e non si stanca mai di farlo.

Il suo canto, però, è fatto della stessa materia del suo “dire” – ovvero è composto di tutte le sfaccettature del suo essere uomo e poeta e ad essere non può che rimandare.

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