Archivi del mese: ottobre 2009

basta che funzioni

Il film di Woody Allen mette in scena un vecchio trombone (non tanto vecchio) ateista, disilluso, cinico e ironico (e discretamente miracolato dal destino che lo salva da un paio di tentativi di suicidio e soprattutto gli regala l’incontro con una deliziosa ragazza, molto più giovane di lui che lo ama al punto da sposarlo). Il libro della Robinson (vincitore del Premio Pulitzer di qualche anno fa, un libro a mio parere discontinuo, molto classico, ma denso, specie nella straordinaria parte centrale, di consolanti e poetiche considerazioni sulla fede che rincuorano e fanno riflettere) ha come protagonista un anziano pastore protestante che, malato e ormai prossimo a morire, scrive un diario che lascerà come testamento esistenziale al figlio di sette anni (avuto in età molto avanzata da una giovane donna – dunque in entrambe le storie  c’è una coppia dalla grande differenza di età. Questa è una seconda coincidenza, non la vera sostanza della parentela di cui dicevo sopra).

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Macellai

Prima di ogni altra questione per me viene la seguente, così banale e così rimossa da dare le vertigini: un politico di centrosinistra – no, cosa dico? una persona perbene, una persona che io senta di poter rispettare, prima ancora che rappresentarmi – va con un trans.

Ok. Poi però allora si batte pubblicamente per i diritti dei transessuali. Punto.

Se non lo fa, che non lo faccia per me è il vero, forse l’unico scandalo, la vera intollerabile contraddizione fra pubblico e privato.

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Le lacrime delle cose

Il “candore” di questo progetto di poesia emerge anche nei testi che prendono spunto da eventi tragici e collettivi come l’11 settembre 2001 di cui Gabriella Sica si fa espressione tragica e straziante dal punto di vista delle vittime nella poesia Anch’io ero un tempo una torre. E’ la torre stessa distrutta nello schianto con l’aereo in volo a parlare e a raccontare quello che tutti hanno visto nelle tragiche sequenze televisive dell’attentato. La Torre diventa simbolo dell’umanità (come un tempo lo era stata quella di Babele) e la sua distruzione si fa metafora dell’impossibilità di continuare a ignorare la presenza del Male nel mondo. Il grido di dolore rivolto verso l’uomo (lo Eli, Eli lama sabachtani di Cristo sulla Croce viene rimandato ai suoi destinatari sulla Terra) riverbera della presenza del dolore e della sofferenza provocato dal simile al proprio simile, di memoria ungarettiana. Ma, nonostante le ceneri combuste e lo schianto atroce del vetrocemento e il frantumarsi di mattoni divelti, la speranza resiste, la speranza che “la poesia farà di rovine un bosco”.

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Focu di Muncibeddu

1. IL PERSONAGGIO & LA PERSONA

Il personaggio – dichiara Girolamo Li Causi, nello stralcio di una lettera del 1971 pubblicato a Palermo nel Febbraio 1988 sul numero ZERO del rinato PO’ T’Ù CUNTU – mi è vivissimo anche in questo momento a distanza di quasi sessant’anni: minuto, vestito di nero, la cravatta alla La Valière, colorito bruno, aria greve quasi di mestizia; lui già anziano e io giovanotto. Rimane in me forte l’impressione di una figura integerrima moralmente e politicamente, universalmente stimata, e quindi degna di essere rievocata e restituita alla storia. A 52 anni dalla morte – appunta Guglielmo Lo Curzio, sulla nota “Zio Vito” apparsa sulla medesima rivista – mi ritorna innanzi, vivo, sotto il cappelluccio a ciambella, sempre nero come il vestito; l’argentea zazzera romantica illumina il viso magro e bislungo, dove gli occhi neri, piccoli e senza requie, ma d’una dolcezza inesprimibile, scintillano d’intelligenza sotto la fronte spaziosa, sul naso piccolo e camuso, sulla bocca di una freschezza quasi giovanile. Severamente vestito di scuro – rievoca Pietro Tamburello, sul numero di Giugno 1988 del GIORNALE DI POESIA SICILIANA – la bella barba patriarcale, la bianca cravatta svolazzante sotto lo sguardo mite e accattivante. Buono e gentile lo era sempre: quando gli andavo incontro e mi accompagnavo a lui per qualche tratto lungo i viali di via Libertà, quando mi accoglieva nella sua casa di via Gioacchino Di Marzo, quando ascoltava sorridendo i miei spropositi e le mie ingenue poesiole di quel tempo.

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Quello che non ho

Caro Vasco,

davvero ci vuole quello che io non ho, ci vuole pelo sullo stomaco [ho solo l’esofago a fiamma e più di un’ulcera e no!, lo so che non bastano]. Il problema è che non lo voglio. Non più. È sempre una questione di pelo. E nugoli di discussioni/dibattiti «De Videocracy» [hanno scoperto che tettEculi muovono marEmonti? Complimentoni! Non ce ne eravamo maimai accorti!] e cercare di muovere passi senza prostituire né corpo né credo – sapevo, l’ho sempre saputo, non sarebbe stata impresa facile… E sì che tu [me] lo canti da sempre: «le regole sono così / è la vita! ed è ora che CRESCI! / devi prenderla così… ». E sì che ti re-cito da sempre: «Sì, stupendo! Mi viene il vomito!». E sì che: nausea dopo nausea, ho rimesso tutto – in ginocchio, pregando per domani migliori da destinare. Io ho visto. Io ho sentito. Tutto. Tutto lo schifo, tutti gli orrori, tutte le perversioni, tutta la merDaviglia del popolo delle Arti.

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Tempo spaginato. Chi-asmo

di Giuseppe Panella

Siamo in attesa che arrivi il futuro… Antonino Contiliano, Tempo spaginato. Chi-asmo, Firenze, Polistampa, 2007

 

E’ indubbio che la poesia e il fantastico siano da sempre stati in stretta correlazione a partire dalle Lyrical Ballads di Wordsworth e Coleridge in poi. La poesia lirica attinge all’universo dell’immaginario più estremo per raccontare le vicende del presente di una soggettività linguistica messa in crisi dal suo stesso bisogno di esprimersi e di esporsi in tutte le sue contraddizioni.

Non sempre questo discorso ha avuto valore per la fantascienza e non molti testi poetici sono scaturiti dall’esplorazione del futuro (anche se prossimo venturo).

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L’apocalisse sulla strada

di Loris Pattuelli

Dura la vita dopo l’apocalisse. Dura, ma ancora possibile. Per arrivare dalle parti del mare, bisogna incrociare città, campagne, centri commerciali, boschi, periferie e paesi.
Sulla strada di nuovo? Può darsi. C’era una pista felice che attraversava tutta la terra e, se guardi bene, c’è anche adesso.
Un uomo e un bambino la percorrono con un carrello pieno di barattoli, coperte e teli di plastica.
Hanno anche un kit di pronto soccorso e una pistola con due proiettili.
Amore è una parola di cinque lettere, proprio come morte, vita ne ha invece soltanto quattro, tre meno di libertà, sette meno di compassione.
Credo che la cosa abbia a che fare con la nostra idea di speranza, forse anche con il canto dei grilli e degli uccelli migratori.
Un uomo e un bambino si dirigono verso il mare e conservano un fuoco che promette di riportare tutto a casa.

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