Alchimie d’amore

La padronanza ermetica della parola. Maria Grazia Maramotti, Alchimie d’amore, Introduzione di Emerico Giachery, trad. inglese di Alberto Sighele, Pasian di Prato (UD), Campanotto, 2005

La maggiore peculiarità (ma tra le altre, sia chiaro in linea di principio) di questo ultimo volumetto di poesie di Maria Grazia Marmotti è quello della doppia lingua in cui si può leggere. La traduzione inglese delle liriche, a cura di Alberto Sighele, ha il compito di esplicitare in misura più articolata e più netta la dimensione assoluta in cui i testi vogliono collocarsi rendendoli comprensibili anche a non italiani. Ma forse ci sono anche altre ragioni per questo sulle quali sarà meglio soffermarsi in seguito. La dimensione cosmopolitica del testo non stupisce anche in ragione della dedica a Tullio Grado de Petris von Herrenstein sulla cui natura più intima, però, non mi sembra il caso di soffermarsi (essa attiene, infatti, alla sfera personale della vita dell’autrice).

Quello che conta, tuttavia, a mio avviso, è la dimensione di poetica in cui il testo affonda le proprie radici liriche.

Alchimie d’amore vuole essere un omaggio alla passione umana e alla sua capacità di trascendersi in uno sforzo di trovare la propria giustificazione in un contesto più universale, se non cosmico. Come scrive Emerico Giachery nella sua Introduzione al libro, con una prosa spesso complessa e ricca di agganci e allusioni volutamente riverberantisi sul lavoro della Marmotti in una sorta di loop di citazioni:

«Estraneo in toto, per essenza e vocazione, al minimalismo in apparenza ancora espanso (ma, spero, in progressivo declino), il libro che invito a percorrere. Aperto invece, ma senza ombra di enfasi, al sublime, per decenni bersaglio di gretta ostilità con impoverimento dell’umano, e che invece qui sopravvive persino “nella cenere”: “Ogni pura emozione / si sveglia … fiammeggia, sfavilla / e poi… nella cenere… / tracce di sublime”. Libro tutt’altro che estraneo ad aspettative del nostro tempo, non sbandierate, ma molto vive nel silenzio, coltivare solitario raccoglimento di quella ricerca “di frontiera”, psychical, che destò l’interesse appassionato di personalità come Henri Bergson, William James, Madame Curie, e che prosegue tenace, attenta a possibili spiragli, con documentazioni e strumenti sempre più rigorosi. Tra l’altro, ritengo che fra i traguardi oggi offerti alla poesia (dato e non concesso che debba porsi traguardi) primeggi quello di contribuire a risvegliare il senso dell’uomo cosmico, la coscienza di un’appartenenza cosmica. Plotino è reso qui nostro contemporaneo… » (p. 17).

Non saprei se tutto quello che Giachery attribuisce come evoluzione di patrimonio culturale a Maria Grazia Maramotti sia presente nel suo libro. Sta di fatto che l’ipotesi di una evoluzione alchemica dell’amore che lo trasforma, anzi lo trasmuta (per usare un termine più adatto all’argomento) in una sorta di balzo evolutivo verso la comprensione della realtà dell’esistenza e dell’esistente a esso collegato quale forma imprescindibile della sua manifestazione nel concreto della vita degli uomini.

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