Fratture da comporre

Fratture dell’inconscio. Antonio Spagnuolo, Fratture da comporre, Napoli, Kairos Edizioni, 2009

Non so se Antonio Spagnuolo eserciti ancora la professione di medico cardiologo in quel di Napoli. So che l’ha esercitata a lungo senza che lo distogliere dall’altro suo “mestiere” di editore di poesia (perché quello di poeta, di per sé, non è un mestiere, si sa).

Il titolo stesso della raccolta ultima di Spagnuolo evoca l’attività principale dell’ortopedico (ricomporre fratture pregresse) dove, tuttavia, l’ortopedia è metafora lampante e ossessiva della scrittura poetica.

«* 57. Come faremo a supporre ancora / un verso, un segno, una parola, / dopo il tremore e l’inganno, / questo groviglio di rumori che imperversa, / improvvisa babele che stronca, / o di soppiatto blocca ogni andare, / chiude un tempo ben fisso nella sera, / ove conclude in fretta ogni voce, / breve amarezza di un retaggio. / Fratture da comporre, / le mie ultime promesse, / da conservare negli spazi di un’unghia, / e chiudere nell’infinito sospetto / dell’illusione» (p. 80).

E’ l’ultimo componimento della raccolta – un testo da cui emerge (in parte) il senso dell’operazione poliritmica e polisemantica di Spagnolo.

Le “fratture da comporre” sono evidentemente quelle tra l’espressione letteraria del verso e la sua dimensione inconscia (o perlomeno inconsapevole) che la produce e la spinge facendone espandere il significante fino a raggiungere la dimensione del significato. Tale è l’obiettivo che il desiderio di chi scrive vorrebbe produrre (o almeno così pare). Le parole della poesia vorrebbero essere la realizzazione autentica e deliberatamente compiuta della volontà consapevole del poeta – ma questo è poi realmente possibile? I rumori predominano tuttavia, la babele delle voci, le pulsioni che emergono impediscono il comporsi armonico e organico delle parole in versi che escludano o espellano ciò che armonioso (e tradizionalmente bello) non è. Di conseguenza, il lavoro del poeta è proprio quello del bravo e paziente ortopedico che con cura e passione rimette insieme ciò che si è rotto, devastato, “stroncato” dal divampare esterno dell’inganno linguistico o del segnale confuso che l’inconscio emette. Ma tutto questo risulta solo una possibilità eventuale, il frutto del “retaggio” poetico e della tradizione che lo sostiene, non di uno sforzo consapevole diretto al chiarimento delle finalità della scrittura o alla caduta delle illusione sulla sua origine – la prospettiva rimane pur sempre quella ristretta di un rapporto tra ciò che si conosce (i propri segni esposti) e ciò che si produce (la “conclusione affrettata della sera”), i limitati “spazi di un’unghia” che si rompe proprio nel tentativo di aggrapparsi alla propria volontà dimidiata.

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