Archivi del mese: gennaio 2010

Franzwolf

Il nostro sodale Franz Krauspenhaar ha recentemente pubblicato il libro di poesia “Franzwolf” con la piccola e interessante realtà editoriale Manifatturatorinopoesia.
Tale casa editrice caratterizza le sue pubblicazioni con note biobibliografiche degli autori perfino sovrabbondanti, ma con presentazioni dei testi medesimi al limite dell’afasia. Nel caso di specie, il libro di FK ha il sottotitolo “(un’autobiografia in versi)”, e molti libri possono essere letti come un’autobiografia dei loro autori, ciò che nel caso di FK riesce ancor meno disagevole del solito; in quarta di copertina il libro viene poi mandato per il mondo con la formula “I pensieri in versi di un lupo metropolitano”. Ora, la definizione di “lupo metropolitano” nel biglietto da visita FK è proprio andato a cercarsela, e sarebbe certo più facile criticarla per la sua ovvietà che trovarne una migliore.

Ma soffermiamoci per un istante sulla prima parte della formuletta, “pensieri in versi”, che dopo la lettura del testo (o anche prima, per chi conosca un poco FK) non svela appieno le proprie intenzioni: ovvero se intenda definire icasticamente il libro, oppure, vedi mai, prendere le distanze da esso.

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Stupori e tremori

di Alessandro Cartoni

Questo piccolo romanzo di Amélie Nothomb del 2000 oltre che essere un capolavoro di grazia crudele, utile quindi ad orientarsi in tempi terrificanti come i nostri, ha l’indubbio pregio di non essere rivolto a nessuno in particolare. Ed è appunto questa sua natura aperta e universale a renderlo un prezioso strumento di pedagogia negativa. In effetti potrà essere letto, a seconda delle esigenze, come un romanzo filosofico, oppure come una storia aziendale, o anche come un testo etnologico, o più semplicemente come la narrazione, pressoché autobiografica, di un segmento esistenziale della vita dell’autrice. Non a caso la protagonista si chiama Amélie, anzi per l’azienda giapponese Yumimoto dove lavora con un contratto a termine, è Amèlie-san.

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Eufrosina

 “Nta la vostra biddizza, risedi la vostra rovina … lu vostru cori cu l’amuri è distinatu a canusciri lu duluri.”
Da queste poche parole, la predizione di una magara, si possono arguire almeno tre degli elementi distintivi di questo nuovo lavoro di Licia Cardillo: 1) l’avvenenza della protagonista, 2) la sua sventurata storia d’amore, 3) l’uso del Dialetto.
     Atteso che una storia d’amore infelice e tragica che si rispetti esige se non altro un antagonista oltre ai due attori principali, apprendiamo intanto di costoro sin dalla copertina il nome e il titolo nobiliare: quelli di lei, Eufrosina, non certo per caso a caratteri cubitali, baronessa del Miserendino; quelli di lui, Marco Antonio Colonna, per esteso nel sottotitolo, viceré.
     Eufrosina Valdaura Siracusa, dalla non comune bellezza “il volto spuma di zucchero, la pelle candida come cera di Venezia”, gli occhi verdi, i denti bianchi, orfana di madre, 17 anni; Marco Antonio Colonna, “sterminatore di Turchi, terror di barbareschi, eroe di Lepanto”, dal 1577 al 1584 viceré di Sicilia, 44 anni.
     E malgrado la notevole differenza di età, “potendo voi essermi padre”, malgrado ambedue fossero coniugati, lei con Don Calcerano Corbera barone del Miserendino, lui con Donna Felice, malgrado le convenienze sociali, egli non può esimersi, è l’1 gennaio 1579, dal dichiararle il suo amore, scaturito prepotente sin dall’istante del loro incontro: “Donna Eufrosina … non pensavo che alla mia età il sangue potesse fare scoppiare le vene e il cuore scippato dal petto farsi tamburo e gli occhi fonti di gioia.”
     Benché non insensibile alle attenzioni dell’uomo, “Eccellenza, non chiusi occhi stanotte leggendo mille volte quanto mi scriveste” ribatte lesta il giorno seguente 2 gennaio 1579, parimenti ricambiandone il sentimento fino ad esserne travolta, lei lo prega “di non scrivermi più. Fingete che io non vi abbia mai incontrato”, e nel tempo reiteratamente lo inviterà a desistere, “fatemi la grazia di scordarvi di me.” Vedremo che fino all’ultimo non sarà così.

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La coscienza di Mike

 

di Alberto Pezzini

Nanni Delbecchi oggi scrive su Il Fatto Quotidiano. Scrive di critica televisiva, una sorta di cugina povera di quella letteraria. L’unica osservazione da spendere al riguardo è che per fare quella televisiva bisogna saper di lettere. Ma esisterà davvero un critico televisivo puro, una creatura del tubo catodico che possa scrivere di televisione senza potersi abbeverare alle fonti del Clitumno?

No, secondo l’inconscio parlante di Delbecchi e quella riga nutritissima di scrittori che la letteratura ha regalato letteralmente alla televisione e che vengono disegnati con il bulino d’autore di chi li ha conosciuti da vicino ne La coscienza di Mike, Mursia 2009, pagg. 142.

Si parte dalla storica Fenomenologia di Mike Buongiorno, inserita nel Diario Minimo di Umberto Eco, la quale nasce come saggio contundente pubblicato nella Rivista Pirelli, dove Mike viene bollato a fuoco come l’everyman, il vero prototipo dell’uomo qualunque capace di stimolare nello spettatore una sorta di rivincita a distanza.

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Sognando Li Po

di Alessandra Palombo

Claudio Damiani ha definito, in una dedica autografa, “vagabondaggi virtuali” il suo viaggiare verso, con e in Li Po in Sognando Li Po (Marietti 2007), silloge nella quale il poeta canta la vita del grande poeta cinese, dialoga con lui e, talvolta, in lui ed in altri poeti cinesi, si immedesima.

Il titolo , tratto dal secondo testo della raccolta, a sua volta è ripreso da quello di due poesie che il poeta Tu Fu scrisse nel 758 quando Li Po era sulla via dell’esilio. 1Ed è proprio con l’Addio tra i Li Po e Tu Fu che Damiani inizia questo suo originale viaggio “ virtuale”:

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L’inquieto vivere segreto

di Fernando Coratelli

Entro in libreria in pausa pranzo. Ho le idee ben chiare, so cosa devo prendere, non cincischierò fra gli scaffali, anche perché devo mangiare – eh sì, pure io mi nutro di banali carboidrati e proteine.

Il banco delle novità non reca niente di nuovo, o perlomeno non riporta la novità che cerco io. Il marketing è una puttana che si dà ai soliti clienti.

Allora vado allo scaffale immenso che porta la dicitura di “narrativa” in ordine alfabetico. Individuo subito la lettera “k”. È lì quello che cerco: Franz K. Eludo i vari Kafka che si propongono e intercetto la costa che volevo. Nera con la scritta bianca. Sfilo il libro, carezzo la copertina lucida e vado alla cassa.

L’inquieto vivere segreto di Franz Krauspenhaar. Lo infilo in borsa e vado a mangiare. Sono tentato di sfogliarlo, magari di cominciare a leggere, tuttavia mi trattengo, so che non avrei la lucidità giusta e il tempo necessario per assimilare neppure una pagina. Rinvio tutto a stasera, dopo cena, al posto del solito film delle 21 su Sky.

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Il peso della farfalla

Recensione di Alberto Pezzini

E’ un libro leggero come una ragnatela, questo.

Erri De Luca, Il peso della farfalla, Feltrinelli 2009, pagg. 70,  è pensato per l’inverno, anzi per il Natale.

 

Lui è un cacciatore eccezionale, l’altro è un camoscio fuori dalla norma:il re dei camosci. La loro storia è un abbraccio mortale. Il cacciatore insegue la preda che regna sulle montagne, sui maschi più giovani, sulle femmine dominate e sui piccoli nati in primavera. La caccia terminerà con la più grande disillusione mai provata prima. La consapevolezza di avere quasi rubato un sogno, quello del camoscio.
De Luca ha scritto pagine da meditare, che sembrano arrivare direttamente da una storia vera. Questo cacciatore sembra ispirato a Franco Miotto, il re dei
viaz, sentieri aerei sulle montagne bellunesi, che soltanto lui ed i camosci conoscevano.
Un uomo che quando abbatté il più bel camoscio della sua vita, un vero re delle vette, capì la parte più triste del vivere, e cioè che niente resta mai come prima, quando hai realizzato un sogno. Capita a volte con le persone che la vita ha maggiormente omaggiato di doni.

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