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L’umanoide e la ragazzina. Francesco Verso, E-Doll, Milano, Mondadori, 2009 (Premio Urania 2009)

Nel 2053, a Mosca, viene ritrovato il “cadavere” di un e-Doll finito in una toilette per signore della Silitron, la ditta che li produce in massima parte. Parlare di “cadavere” è effettivamente improprio dato che gli e-doll, esseri sintetici ma perfettamente imitanti i corpi umani, non possono morire se non vengono “terminati” in maniera radicale strappandogli dalla profondità concava del loro petto un tubo di plastica che funge loro da pompa cardiaca. L’inizio parrebbe tipico di un noir della buona vecchia hard-boiled school (o forse di un neo-noir – come si preferisce classificare i romanzi di ambientazione futura che presenta storie poliziesche al loro interno). Ma siamo in presenza di qualcosa di più e, soprattutto, di qualcosa di molto diverso. Anche se il romanzo di Francesco Verso segue le linee principali dell’inchiesta e si sofferma a lungo anche sulla vita privata dell’investigatore, il tenente Igor Gankin, un uomo solitario abbandonato dalla moglie Ksenia e invaghito della meccanica amatoria dell’ e-Doll Shanna, non è certo l’agente di polizia moscovita il protagonista di questo secondo, folgorante romanzo di Francesco Verso, autore romano alla prova dell’iterazione del successo di una sua proposta narrativa (la prima era stata, appena lo scorso anno, l’inquietante Antidoti umani, pubblicato in prima edizione dalla Giovane Holden di Massarosa (Lucca) e in seconda edizione dalla EDS – Edizioni Diversa Sintonia).

In esso c’è molto di più – attraverso le vicende degli androidi e-Doll, macchine costruite per il piacere degli umani e per la riduzione e il contenimento dei delitti a sfondo sessuale ormai sovrabbondanti nelle metropoli globalizzate del mondo unificato dal capitalismo, emerge una vera e propria concezione del mondo e un tentativo (certo contenuto all’interno dei limiti di un romanzo che resta di genere) di dire qualcosa di più e di meno scontato sulla natura umana.

Ne è spia una poderosa citazione da Georges Bataille che è in bella vista come epigrafe del cap. 12 e che è opportuno citare in extenso (ognuno dei capp. del romanzo è preceduto da una o più esergo, sovente autentici e ripresi dai testi più disparati – da San Tommaso a Nietzsche, da Camus a Baudrillard – ma spesso inventati di sana pianta dall’autore):

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