Archivi del mese: febbraio 2010

Per dimenticare Alessia

L’attesa, l’oblio. Vittorio Catani, Per dimenticare Alessia, Torino, C_S Edizioni, 2007

Vittorio Catani è forse il più importante scrittore di fantascienza italiano vivente (la recente scomparsa dell’ormai anziano precursore Lino Aldani e il passaggio di Valerio Evangelisti ad altri genere letterari – il western, le storie di gangster italo-americani, il romanzo storico, le vicende sanguinarie e truculente di pirati del Mar Caraibi permettono di concedergli questa forse non troppo ambita palma). Tutta la sua opera letteraria, dagli Universi di Moras (Milano, Mondadori Premio Urania 1990) alla titanica raccolta di racconti L’essenza del futuro (Bologna, Perseo Libri, 2007) alla recente e splendida prova narrativa di Il Quinto Principio (Milano, Mondadori, 2009) sembrerebbe dimostrarlo. Eppure, tra una esplorazione dei mondi paralleli ricostruibili a volontà da un solitario viaggiatore nel tempo (Gli universi di Moras, appunto) e la Breve eternità felice di Vikkor Thelimon (contenuto, invece, in L’essenza del futuro), Catani ha voluto provarsi a scrivere anche un breve romanzo che un tempo si sarebbe detto mainstream.

Bildungsroman, come sostiene Silvia Treves, l’autrice della solida Introduzione che precede il testo dell’opera di Catani (purtuttavia l’arco di tempo in cui il romanzo si sostiene e si sviluppa dura tutta una vita), storia d’amore straziata e straziante (eppure è proprio con Alessia che il protagonista dell’opera, l’amore finirà per non farlo più), vicenda autobiografica e nostalgica di un tempo che non potrà più tornare, il romanzo di Catani ha come protagonista Leonardo Verrazzano (un nome che dovrebbe coniugare la genialità con lo spirito d’avventura e l’audacia del conoscere) che nasce a Brindisi e vive la propria giovinezza in questa importante città portuale pugliese sconvolta dalla guerra e profondamente trasformata dalla ricostruzione del dopoguerra.

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Cammini

di Adelio Valsecchi

“La poesia è l’uomo” scrive Salvatore Quasimodo nel “Discorso sulla poesia del 1946.” La sua poetica poggia le motivazioni più profonde sull’uomo reale, che accetta le contraddizioni della vita e il suo svolgersi, che non si affranca dalle sofferenze e dalle ingiustizie, ma le giustifica in una prospettiva cristiana. Eugenio Montale continua sullo stesso orizzonte quando afferma come la vocazione del poeta sia essenzialmente didattica per promuovere l’essere umano alla sua dignità, a non aver disagio del nome che porta. Lo stesso Giuseppe Ungaretti verso la maturità rappresentava la poesia come una sorta di pellegrinaggio dell’uomo fra gli uomini per scoprire il senso della vita e abbandonarsi alla speranza che Dio non è mai lontano anche quando l’uomo fugge nella direzione opposta.

All’alba del terzo millennio Angelo Lazzati, uomo di grande umanità, si allinea alle trame e alla finalità pedagogiche di questi grandi poeti ed entra a pieno titolo nella fucina del patrimonio poetico italiano pubblicando la silloge “Cammini”. E’ una retrospettiva della sua vita, dedicata agli uomini e a Dio, sgranata con invincibile naturalezza con l’intento di evocare quei valori che il tempo non svigorisce ma si riconciliano, rinnovandosi alla dignità che all’uomo spetta per la sua realizzazione: l’amore, la vita, la morte, l’eternità, Dio, l’uomo nella sua storica condizione di vivere tra il bene e il male.

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Il Marsalese

Il “marsalese” sezionato e inciso dallo stilo di Fabio D’Anna è una striscia di Möebius. Superficie a una dimensione. Senza spessore. Neanche un foglio di carta dove si distingue un retro e un avanti, un alto e un basso. Il suo soggetto è un tutt’uno con i tratti definienti della sua identificazione: le cose, le immagini e i clichés socio-comunicativi dell’habitat marketing classista che lo abitano e lo hanno determinato. È un’identità come una trama di tratti che si individuano nel muthos della casa, dell’estate, della vita sociale, della cultura, della religione, della politica, della famiglia, del sesso, della fiera, dei mercati, e del pensiero che non si nega “Le isole felici e l’arcipelago della speranza”.

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La parola scura

C’è grazia, come ha ben visto Maria Luisa Spaziani, nella poesia di Leone D’Ambrosio: ché di poesia si tratta, e singolare per la necessità che la spinge e per la fluidità e la limpidità del tono. (Ben sappiamo quanto sia proprio il tono a rendere alla poesia la parola che si cerca, che si pronuncia per rivelare un’emozione, per inseguire o solo accennare una verità).

Qui la verità dominante, nel disordine e nella precarietà del mondo, è l’amore: sempre vincente, anche quando porta sofferenza, anche quando rende acuta l’attesa e affilata la delusione. È l’amore che accompagna lungo le giornate della vita, ora promettendo una felicità che pure si sa impossibile, ora lasciando intravedere quel che il desiderio accumula e ammanta. La cadenza di questi componimenti è lieve e ferma allo stesso tempo: viene da sentimenti e da umori mai retratti, e pure sfiorati come un petalo e un riflesso. La voce s’è trovata e si spande intorno, apre il silenzio e lo colma, attrae chi ascolta e lo trattiene. Le immagini si susseguono esatte e insieme accolte in una cautela che rifiuta il confronto e l’eccesso perché si muove incontro alla persuasione e alla durata. Non vale dare nomi alle ascendenze di una simile espressività. Certo D’Ambrosio ha frequentazioni fitte e attente con la poesia contemporanea e con quella del passato, e sa quanto la metafora debba essere pregna di esistenza e quanto in essa s’imbozzolino il soprassalto della mente e la segretezza del sogno per dipanarsi in una frase musicale che rifiuta la facile cantabilità, ma convince e commuove. Nei suoi versi compie un tragitto: è lo svolgersi di un canto aperto e vigilato, il traversamento di un mondo nel quale l’istante è un luogo da abitare anche quando s’infittisce di ombra e la luce della gioia si stempera nell’attesa e nell’inquietudine. Dove poi il dolore si slarga nella perdita, subentra ogni volta il calmo vigore di chi non s’arrende e continua nel suo bisogno d’amore che vale infine per la vita nella sua interezza. (ELIO PECORA)

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Poesie estreme

Extrema ratio. Francesco Leonetti, Poesie estreme, San Cesario di Lecce (LE), Piero Manni Editore, 2009

Ricordo bene e nitidamente Francesco Leonetti in uno degli anni Ottanta (forse il primo) mentre presentava a Pisa, con altri suoi compagni di lotta e di teorizzazione, un libro-rivista di interventi leninisti sul presente (l’editore era Feltrinelli; il libro uscì rapidamente dal suo catalogo di allora e di oggi). Leonetti aveva il volto scavato e scabro dei film girati per Pasolini e l’andatura ondeggiata; lo sguardo distratto, il pensiero rivolto non si capiva a che cosa e non fu facile portarlo al discorso che volevo fargli e devo dire che non ci riuscii certo appieno, restandone deluso… Più di vent’anni dopo, il poeta calabrese è ormai molto più anziano e più provato nella salute e dagli eventi, eppure il tono della sua poesia è pur sempre quello di quei giorni quando qualche speranza militante c’era ancora e i discorsi della politica non erano del tutto disgiunti da quelli della teoria e della letteratura.

Sicuramente, Leonetti è stato uno dei maggiori agitatori di cultura del Novecento (non a caso, infatti, insieme ai suoi amici e sodali Pasolini e Roversi negli anni di Bologna). Autore di almeno uno straordinario romanzo di formazione (Conoscenza per errore del 1961 per Feltrinelli, poi ristampato da Einaudi nel 1978), di versi di grande incisività (In uno scacco (nel settantotto), Einaudi, 1979, è un libro di forza e slancio notevoli), Leonetti sarà ricordato molto probabilmente per la sua attività di animatore di riviste importanti e influenti per la cultura italiana di quegli anni:

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Oggetti smarriti e altre apparizioni

di Alessandra Sarchi

Beppe Sebaste, Oggetti smarriti e altre apparizioni, Ed. Laterza, collana Contromano, 2009, 9,50 euro)

Pubblicato nella collana Contromano dedicata a ricognizioni geografico-antropologiche nei luoghi del nostro paese, il libro di Beppe Sebaste parla di oggetti persi, trovati e dati a pegno, di persone intraviste nello spazio di un breve incontro, nell’approssimazione di situazioni di precarietà – la strada, il campo rom, l’alloggio abusivo in mezzo a una pineta, il monte dei pegni – di tracce lasciate più o meno consapevolmente che l’autore interroga come indizi, come gusci esistenziali in cui la vita ha preso forma e poi è stata in qualche modo abbandonata, per proseguire altrove, o tramutarsi in altro. Gli oggetti smarriti sono innanzitutto sintomo, in senso psicanalitico, dello smarrimento individuale e collettivo di un Occidente oppresso da merci e ‘cose,’ raccontato con presenza critica ed emotiva, alternando scene schiettamente narrative a brani di vero e proprio réportage letterario, in un equilibrio sottile tra autoriflessività della scrittura e neutralità descrittiva. Colpiscono i dati: l’impressionante numero di carte di identità perse – che l’autore legge come desiderio di fuga e cambiamento della popolazione, il ritmo dei verbali di consegna all’ufficio oggetti smarriti di Milano, più di 1500 al mese, una cinquantina al giorno. La lettura di questi verbali e la visione degli oggetti traccia una mappa sociologica della popolazione, dei suoi costumi, della composizione demografica. Ma lo sguardo dell’autore va oltre il dato sociologico, attratto dal potere evocativo e fantasmatico di tutto ciò che si perde, o lascia traccia. Fantasma è ciò che ci manca, ciò che abbiamo intravisto e subito perso, proiezione di un’interiorità che si nutre di assenza più che di presenza

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La tripla vita di Michele Sparacino

Lezione di scrittura. Andrea Camilleri, La tripla vita di Michele Sparacino, con un’intervista di Camilleri a Francesco Piccolo, Milano, Rizzoli, 2009

Più che il breve testo romanzesco che costituisce il piatto forte di questo ennesimo libro di Andrea Camilleri, ciò che risulta veramente importante di questo volumetto è proprio l’intervista (anch’essa l’ennesima!) rilasciata a uno scrittore come Francesco Piccolo.

La triplice vicenda di Michele Saracino è raccontata con il consueto vivace con brio da Camilleri nella sua lingua mista di dialetto siciliano e di invenzione. Nato a cavallo della mezzanotte tra il 3 e il 4 gennaio del 1898, Michele Saracino mette subito in imbarazzo la società in cui si trova a vivere: l’orologio del Municipio sul quale è stato misurato il suo arrivo al mondo va dieci minuti avanti. Ciò provocherà il subbuglio dei solfatari del paese ai quali l’anticipo dell’orologio fa lavorare dieci minuti ogni giorno di più per un totale di un giorno ogni tre mesi. La rivolta degli operai conduce a Vigata (da sempre uno dei luoghi mitopoietici dello scrittore siciliano) un giornalista di Palermo che non capisce nulla del perché delle rivendicazioni dei solfatari e dà la colpa a Michele Sparacino. Questo nome diventa il capro espiatorio per tutto ciò che risultava contrario alla legge. Il giornalista, non a caso di cognome Sparuto) si inventa una malmostosa e tonitruante intervista. Il prefetto sulla sua base ordina l’arresto del malvivente che ovviamente risulta inafferrabile (è un bambino di ancora pochi mesi). La caccia a saracino continua – quando durante un conflitto a fuoco verranno uccisi quattro briganti, e uno di essi risulta non identificato, il giornalista che si è inventata la falsa intervista, chiamato a riconoscerlo, lo identifica come il feroce Sparacino ma mal gliene incoglie perché si tratta, in realtà, del cadavere di un giovane di nobile famiglia sequestrato qualche tempo prima. Quando le rivendicazioni sindacali legate al commercio dello zolfo risultano complicate da legami familiari che hanno comportato il rincaro delle tariffe per le ditte concorrenti rispetto a quella del genero di un ministro e il traffico ferroviario viene bloccato con conseguente incendio di alcune carrozze, il nome di Sparacino ritorna alla ribalta.

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