d’Avec, Oblò

Nota di Giorgio Morale

Immaginiamo il tempo sospeso e la chiusura dei giorni in cui viviamo. La dispersione, il disagio, l’usura e la fatica a vedere aprirsi un orizzonte, in un precipitare di cui non si vede la fine. Immaginiamoci immersi in quello spleen perenne in cui lo spirito del tempo “bas et lourd pèse comme un couvercle“. E poi immaginiamo versi che dell’Unto del Signore dicano ad esempio: Tien dietro / all’ego / come la puzza / al sego.

Allora abbiamo una scossa salutare a causa di quel cortocircuito della rima che d’un colpo demolisce la sacralità che stava attorno al “corpo del capo”: scadimento accompagnato felicemente dalla penna di d’Avec, con l’assonanza (dietro-ego-sego) e l’allitterazione (tien dietro), che fanno da inciampo e rallentamento, e con l’alternanza alto/basso del lessico (ego-puzza-sego).

Ma immaginiamo ancora che nell’Unto sia ravvisabile un personaggio che è sintomo e complice insieme del degrado e dell’asfissia di cui si diceva prima: in questo caso i versi ci dicono, come si suole dire con felice formula, come il re sia nudo e la poesia acquista la funzione politica della poesia comica e satirica di sempre.

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