La parola scura

C’è grazia, come ha ben visto Maria Luisa Spaziani, nella poesia di Leone D’Ambrosio: ché di poesia si tratta, e singolare per la necessità che la spinge e per la fluidità e la limpidità del tono. (Ben sappiamo quanto sia proprio il tono a rendere alla poesia la parola che si cerca, che si pronuncia per rivelare un’emozione, per inseguire o solo accennare una verità).

Qui la verità dominante, nel disordine e nella precarietà del mondo, è l’amore: sempre vincente, anche quando porta sofferenza, anche quando rende acuta l’attesa e affilata la delusione. È l’amore che accompagna lungo le giornate della vita, ora promettendo una felicità che pure si sa impossibile, ora lasciando intravedere quel che il desiderio accumula e ammanta. La cadenza di questi componimenti è lieve e ferma allo stesso tempo: viene da sentimenti e da umori mai retratti, e pure sfiorati come un petalo e un riflesso. La voce s’è trovata e si spande intorno, apre il silenzio e lo colma, attrae chi ascolta e lo trattiene. Le immagini si susseguono esatte e insieme accolte in una cautela che rifiuta il confronto e l’eccesso perché si muove incontro alla persuasione e alla durata. Non vale dare nomi alle ascendenze di una simile espressività. Certo D’Ambrosio ha frequentazioni fitte e attente con la poesia contemporanea e con quella del passato, e sa quanto la metafora debba essere pregna di esistenza e quanto in essa s’imbozzolino il soprassalto della mente e la segretezza del sogno per dipanarsi in una frase musicale che rifiuta la facile cantabilità, ma convince e commuove. Nei suoi versi compie un tragitto: è lo svolgersi di un canto aperto e vigilato, il traversamento di un mondo nel quale l’istante è un luogo da abitare anche quando s’infittisce di ombra e la luce della gioia si stempera nell’attesa e nell’inquietudine. Dove poi il dolore si slarga nella perdita, subentra ogni volta il calmo vigore di chi non s’arrende e continua nel suo bisogno d’amore che vale infine per la vita nella sua interezza. (ELIO PECORA)

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