Archivi del mese: aprile 2010

Parole d’ombraluce

Luci d’inverno, solstizio di primavera. Giorgina Busca Gernetti, Parole d’ombraluce, prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2006

Parole d’ombraluce è il quarto libro di poesie di Giorgina Busca Gernetti. Viene dopo un volume (Ombra della sera, Torino, Genesi, 2002) che individuava nel momento della memoria e della rievocazione del passato il suo determinante filo rosso.

In questo suo testo accorato e lucido, a tratti straziato ma sempre coerente nei toni e compiuto nei modi nella sua ricerca di nuove dimensioni dell’esistenza ritrovate attraverso la poesia. Il taglio è pur sempre quello di una scrittura rammemorante ma nell’orizzonte di un presente affrontato con dignità e forza espressiva. Scrive l’intelligente predatore Sandro Gros-Pietro a proposito di questa sua nuova vena lirica, caratteristica di una scrittura innovativa nel contesto di un pur consustanziale classicismo mai rifiutato o negato:

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Ucciderò mefisto

di Michele Lupo

Questo piccolo libro di Valter Binaghi è una dichiarazione d’amore. E fossimo in vena di slogan giornalistici aggiungeremmo: Valter Binaghi è l’ultimo romantico. Che oggi suonerebbe straniante non perché questo genere di affermazioni porti con sé la tracotanza di un linguaggio da rotocalco seppure midcult. E’ che presa sul serio, la scena descritta nell’affermazione è quella di un camminare a ritroso, un pensiero forte e avventuroso che marca una differenza sensibile rispetto al regime del presentismo, dell’esperienza evanescente e consumistica cui sembra voler soggiacere l’Occidente attuale – consiglio a tal proposito di leggere gli ultimi libri di Massimo Rizzante o di Mario Perniola.

Il libro racconta la vicenda del professor Blangé, scrittore che riesce ad avere fortuna quando si mette in moto un meccanismo editoriale indifferente alla qualità dell’opera ma tutto teso a individuare nuclei emotivi “di massa” – nel caso specifico, il tema oggi davvero invasivo della “vittima”, declinato qui nella storia di una donna (nella realtà la moglie dello scrittore) che ha perso il bambino che aspettava.

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Fallire ancora, fallire meglio

Quel che resta di Beckett. Fallire ancora, fallire meglio. Percorsi nell’opera di Samuel Beckett, a cura di Sandro Montalto, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2009

Samuel Beckett non cessa ancora di stupire o di affascinare i suoi lettori e i suoi studiosi. Ne è testimonianza questa importante raccolta di saggi organizzata e poi pubblicata in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Foxrock. Un nutrito numero di pubblicazioni ha preceduto questa raccolta (ad esempio, belle monografie come quella di Annamaria Cascetta, Il tragico e l’umorismo, Firenze, Le Lettere, 2000 o cospicue raccolte di saggi come Per finire ancora. Studi per il centenario di Samuel Beckett, a cura di Gabriele Frasca, Pisa, Pacini, 2007) ma in essa il taglio della ricerca risulta particolarmente approfondito in alcune direzioni finora poco battute (almeno in Italia).

Dell’apparente “lateralità” delle scelte fatte il curatore Montalto si scusa nella Premessa ma è forse proprio in questa “marginalità” che il volume risulta interessante per il suo lettore. Nella sua successiva Introduzione (Samuel Beckett, l’anti-nichilista, pp. 7- 18), Sandro Montalto stesso cerca di tirare le fila della prospettiva critica emersa dopo la morte dello scrittore irlandese. A proposito dell’arruolamento un po’ forzato di Beckett nella dubbia compagine del “Teatro dell’Assurdo” (definizione coniata da Martin Esslin nel suo saggio dallo stesso titolo del 1961), si può leggere:

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La strada era l’acqua

Leggendo le pagine de La strada era l’acqua, non si prova solo il desiderio – suscitato da tutti i buoni libri – di andare avanti fino alla fine, ma si avverte la sensazione che ci si stia introducendo in un universo di percezioni circolari e ritornanti, appartenenti a un’epica cosmica, fatta di piccoli e ciclopici eventi naturali, che parte dall’inizio del tempi e si protrae fino alla loro conclusione: di quest’ampia e indeterminata cornice, la storia qui narrata non è che un piccolo frammento. Un po’ come accade leggendo le opere di J.R.R. Tolkien, uno dei cui riconosciuti pregi è proprio quello di lasciar intuire tutto il mondo, la storia e i cicli vitali che ‘stanno loro dietro’.
E ci si rende conto di un’altra assurda pretesa umana, che per certi versi ricorda un altro tratto tolkieniano: quella di sentirsi immortali quando invece si è eterni, perché destinati a vivere uniti a questa natura, fatta di energia-spirito e perciò contemporaneamente qui e fuori dai confini del mondo, e quindi di trapassare in un oltre fatto di questa stessa, ma più pura e raffinata, energia-spirito. Come gli Uomini della Terra di Mezzo, possiamo, in quest’ottica – che richiede un salto di fede senza fondamenti oggettivi – sgonfiare le nostre pretese/illusioni di sconfiggere la morte e riconoscerci partecipi (e grati) del disegno infinito del quale siamo compartecipi.

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Io ti perdono

A dispetto delle dimensioni piuttosto contenute, il quarto romanzo di Elisabetta Bucciarelli ha grandi ambizioni; e non si perita di nasconderle. La pagina in corsivo che antecede il racconto si chiude con una sentenza: “Solo Dio può perdonare il peccato. L’uomo, se riesce, può arrivare al massimo a perdonare il peccatore”. L’asserzione è del tutto fondata sul piano scritturale, se Mc 2,7b recita: “Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”, citato d’altronde al punto VI, 1441 del Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato dal papa Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Fidei depositum. La prima domanda è quindi: che c’entra tutto questo con un romanzo noir? Un tentativo di risposta può consistere intanto nel resoconto dei fatti narrati; che sono molti, raccontati in 114 capitoli, fatti di frasi brevi ordinate da una sintassi paratattica che evita, per fortuna, lo stile nominale tanto caro a troppa letteratura italiana corrente.

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La falce spezzata

Questa raccolta di saggi di argomento tolkieniano, a cura dell’Associazione Romana Studi Tolkieniani, con in testa il filosofo Claudio Antonio Testi, offre una pluralità convergente di angoli visuali su quello che Tolkien stesso, nel suo epistolario, definiva come il tema portante del suo legendarium, e in particolare del Signore degli Anelli: la morte, insieme all’immortalità – in realtà due facce della stessa medaglia, rappresentate, da diversi punti di vista e con diversi effetti, dalle due razze dei Figli di Ilúvatar, Elfi e Uomini, creati dalla mente di Eru (l’Uno, il Dio dell’universo tolkieniano) senza passare attraverso la Musica degli Ainur, le Intelligenze angeliche che diedero origine all’universo attraverso un coro ispirato da un tema lanciato dal supremo essere divino – come leggiamo in Ainulindalë, all’inizio del Silmarillion.

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Era d’estate

Stefano Delfino. Era d’estate… ( Edizioni della libreria Cento Fiori, 2009)

Qualche anno fa, su invito di Dario Voltolini, presentammo a Finale Ligure i nostri libri. Un posto magico, il terrazzo di uno stabilimento sul mare, come si aspetta la brezza sul terrazzo della Palazzina Liberty a Porto Maurizio. Organizzava la serata Lauro Del Conte, libraio e editore. Non avevo dubbi che Del Conte e Delfino si conoscessero, oltre alle assonanze li unisce la passione per quel pezzo emozionante di Liguria, Finale, e piú in là o più in qua, dipende dai punti di vista, io misuro da tempo quei luoghi dal punto di vista del mio amico Ferrazzi, milanese che sverna beato a mezza costa. E Varigotti, e Borgio Verezzi, il festival teatrale di Borgio Verezzi, di cui Stefano Delfino è direttore artistico. Stefano Delfino é stato anche responsabile della redazione de La Stampa di Imperia, e corrispondente Rai. Nato a New York, autore di alcuni romanzi e raccolte di racconti.

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