La strada era l’acqua

Leggendo le pagine de La strada era l’acqua, non si prova solo il desiderio – suscitato da tutti i buoni libri – di andare avanti fino alla fine, ma si avverte la sensazione che ci si stia introducendo in un universo di percezioni circolari e ritornanti, appartenenti a un’epica cosmica, fatta di piccoli e ciclopici eventi naturali, che parte dall’inizio del tempi e si protrae fino alla loro conclusione: di quest’ampia e indeterminata cornice, la storia qui narrata non è che un piccolo frammento. Un po’ come accade leggendo le opere di J.R.R. Tolkien, uno dei cui riconosciuti pregi è proprio quello di lasciar intuire tutto il mondo, la storia e i cicli vitali che ‘stanno loro dietro’.
E ci si rende conto di un’altra assurda pretesa umana, che per certi versi ricorda un altro tratto tolkieniano: quella di sentirsi immortali quando invece si è eterni, perché destinati a vivere uniti a questa natura, fatta di energia-spirito e perciò contemporaneamente qui e fuori dai confini del mondo, e quindi di trapassare in un oltre fatto di questa stessa, ma più pura e raffinata, energia-spirito. Come gli Uomini della Terra di Mezzo, possiamo, in quest’ottica – che richiede un salto di fede senza fondamenti oggettivi – sgonfiare le nostre pretese/illusioni di sconfiggere la morte e riconoscerci partecipi (e grati) del disegno infinito del quale siamo compartecipi.

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