Archivi del mese: maggio 2010

Andrea Camilleri

I “pizzini” ritrovati nell’ultimo rifugio segreto di Bernardo Provenzano, per più di quarant’anni latitante e lungamente riconosciuto quale capo supremo della “cupola” mafiosa sono un testo di interesse linguistico straordinario non tanto per le informazioni che comunicano ma per il modo in cui lo fanno (e d’altronde l’utilizzazione di questa espressione tipicamente siciliana e le espressioni relative al loro uso è ormai entrata nel linguaggio comune, soprattutto in relazione a fatti della politica). I “pizzini”, dunque, sono strisce di carta comune arrotolate più volte e poi sigillate che Provenzano faceva pervenire, tramite uomini fidatissimi e devoti, ai suoi interlocutori per dare suggerimenti e consigli, imporre ordini, preparare azioni e raccogliere fondi legati alla sua attività criminosa. Del “pizzino”, Camilleri dà questa briosa definizione:

«PIZZINO. Il Mortillaro, autore di un classico Dizionario siciliano-italiano del 1876, così alla voce “Pizzinu”: Piccola carta contenente breve scrittura e dicesi di moltissime scritture in genere. Il pizzino di Provenzano spesso non è una piccola carta, ma un foglio intero generalmente suddiviso per argomento e ripiegato più e più volte fino a diventare una listarella sigillata da un nastro adesivo trasparente. Così ridotto, il pizzino è facilmente occultabile (nel risvolto dei pantaloni, per esempio) e altrettanto facilmente scambiabile (lo si può fare con una semplice stretta di mano). Praticamente impossibile manometterlo senza che la manomissione sia immediatamente scoperta. Certe volte, all’interno di un pizzino, ci sono altri pizzini più piccoli che recano il destinatario siglato in un primo tempo con le iniziali e in seguito con un numero. Uno dei collettori principali si preoccupava di far pervenire i pizzini a coloro ai quali erano particolarmente indirizzati. In genere il pizzino è di “breve scrittura”, solo raramente Provenzano si dilunga, soprattutto quando prende cappello per un fraintendimento o per una trasgressione. Allora è tutto un rabbioso ricopiare e allegare tutto quanto si era in precedenza stabilito con puntiglio degno di un archivista di razza.

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Processo a Kafka

di Marisa Cecchetti

Fare un processo a Kafka oggi e scriverci un romanzo – tre sono le autrici- è un’impresa quantomai originale, quasi surreale,  se il capo d’accusa è la follia e la pericolosità sociale di Kafka. E soprattutto  se si vuol processare un morto, quando ci sarebbe tanto da fare nei confronti dei vivi, oggi. In realtà questo processo  è uno strumento, tra le altre cose,  per parlare della mala gestione del potere, del mancato funzionamento della legge, dell’impotenza dell’uomo di fronte ad un sistema che schiaccia.

Gli anni tra fine ottocento e inizio novecento che Kafka ha vissuto (1883-1924) furono anni di grandi tensioni e trasformazioni a tutti i livelli, politico, economico, sociale, culturale, scientifico. Nato sotto l’impero asburgico, laureato in legge ma impiegato in un’agenzia di assicurazioni, ebreo agnostico che probabilmente si arrovellava su “tematiche religiose e spirituali”, figlio di un ebreo poco praticante e in rapporto conflittuale col padre di cui ammirava l’energia ma alle cui aspettative non sapeva rispondere, unico sopravvissuto di tre fratelli morti da piccoli, Kafka vive grandi lacerazioni personali e vive quelle del suo momento storico. E’ il  momento della crisi della classe borghese, nella nostra letteratura splendidamente rappresentato da Italo Svevo e drammaticamente interpretato da Pirandello.

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Bambino Gesù

Quando appare un buon libro di poesia di una persona giovane ci si vorrebbe inginocchiare per strada, baciare il selciato dove passano tutti e dire: qualcosa di grande, di umanissimo abita ancora questa terra dura, questa gente che siamo, vile e piena di ingombri idioti. C’è aria per la nostra fame di respiro.

Questo libro piccolo per dimensioni edito dalla semplice e raffinata Nottetempo lo ha scritto, anzi composto anche procedendo da vari precedenti lavori, un poeta che stimo fin dal suo apparire manoscritto in una mia notte di quindici anni fa. È Daniele Mencarelli. Il libro Bambino Gesù è così titolato perché la più cospicua sezione di testi viene da un libro scritto quando il poeta era operaio all’ospedale romano per bambini che porta quel nome.

Un parte struggente, lieve e profonda dove lo sguardo discreto ma non reticente del poeta si posa sulla parte più fragile della nostra umanità. Una pietà senza sconti, dura, assoluta. L’impasto dello sguardo duro di Pasolini e di Giovanna Sicari. E speciali controtempi di una lingua mai artificiosa ma tesa.

Poi la parte dedicata al traffico, o meglio alla ricca serie di segni, di sovrappensieri e stupori improvvisi che lo colgono nella quotidiana fila per andare al lavoro. Infine la sezione dove appaiono i visi cari, anzi i mezzi gesti, le pieghe del volto, le consuetudini di un luogo appartato e però aperto all’universo. Una parte dove risaltano pezzi di mondo investiti da una gloria umile e alta: “il bar asilo di vecchi sfittati” o il vecchio che “soggiornava sulla porta/sempre seduto con la sigaretta appesa” e che “non s’è svegliato una mattina/proprio adesso che ristrutturano il palazzo”. Libro con momenti di forte visione, sopra i grandi elementi di sempre: la morte, il viaggio, la casa, la speranza. Ma con una nuova potenza, una nuova voce.

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L’ultimo tram

Non ci resta che ridere… Giancarlo Tramutoli, L’ ultimo tram, San Cesario di Lecce (LE), Piero Manni Editore, 2009

«In questa nuova raccolta affiorano due tipi di suggestioni. Tutte e due giocose e leggere. Quella italiana dei Vito Riviello, Toti Scialoja, Gianni Rodari, Totò. E quella americana dei Carl Sandburg, Frank O’Hara, E. E. Cummings. Più un’estetica visionaria e comica che è quella delle strisce dei Peanuts o di certi cartoni animati della Warner Bros che son stati assai importanti nella mia formazione poetica. Invece, a liberarmi dal “poetese”, fu la lettura a diciottenni di Spoon River di Edgar Lee Masters, con quella sua lingua piana, asciutta, priva d’enfasi. A vent’anni, leggendo e rileggendo Howl di Allen Ginsberg, imparai quante possibilità pirotecniche ci sono nelle parole. L’importanza di scrivere di slancio con onestà e senza autocensure. E quanto conta il ritmo, la musica, l’intuizione. E nei beat americani, ammirai la capacità di trovare illuminazioni e pathos anche nelle piccole cose vissute tutti i giorni. E nelle poesie ruvide dell’anarchico reazionario Bukowski, apprezzai l’antilirismo come poetica. L’uso del sarcasmo come ombrello per ripararsi dal sentimentalismo sempre in agguato» (p. 79).

Come si è potuto leggere sopra, Tramutoli non si fa problemi a mostrare le carte di cui si è servito per giocare al tavolo pericoloso e azzardato della poesia. I suoi modelli sono in bella mostra nella Nota dell’Autore che chiude il volume. L’influsso della poetica giocosa e aleatoria di e. e. cummings (come amava firmarsi) è evidente in un testo che a lui si richiama direttamente:

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Gli occhi di Caino

Vittorio è un manager milanese spesso in Spagna per lavoro. Ma non solo per questo. La sua passione per la grande nazione iberica si mischia agli affari, così che Salamanca, la città castigliana famosa soprattutto per l’università, diventa la sua seconda patria, o forse addirittura il suo luogo d’approdo dell’anima. Nella Spagna e nella tauromachia Vittorio trova quello che l’insipida monotonia di Milano non potrà mai offrirgli. Il cinismo da commendatori, la sveltezza dell’incedere affaccendato dei milanesi, lui lo sa bene, non portano da nessuna parte. Certo, Vittorio è lì, nella città natale, che prende il lavoro; ma poi, per fortuna, si tratta di svolgerlo altrove. E la Spagna si è formata in lui come il luogo della realizzazione. Un mondo pieno di passioni che coinvolgono a tal punto i nativi che anche uno straniero si puo’ fare prendere facilmente da questo morbo vitale, tra il simbolico e il surreale. La plaza de toros è il luogo-non luogo dove tutto puo’ succedere: soprattutto che la morte sia compiuta in un preciso rituale.

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Quelle stanze piene di vento

Un ritorno alle proprie origini, un viaggio all’indietro nella nebulosa del passato alla scoperta di una Napoli ammantata di odori sconosciuti, l’incontro con un intrigo di volti che nasconde in sé il suo segreto.
È il viaggio di una donna matura, Anna, che si lascia alle spalle il vuoto di una vita irrisolta nelle stanze di una tranquilla casa sul lago nel Nord Italia per tornare sui suoi passi e incrociare la sua ricerca personale con quella del mistero che copre la morte violenta di due giovani amanti.
La vicenda è ambientata in una Napoli dei giorni nostri dove ci sono segni del passato nascosti sotto la patina della modernità. Alì, un ragazzo tunisino che vive con la famiglia alla Pignasecca – quartiere variopinto e saturo di colori e contraddizioni – viene trovato morto, ucciso da un colpo di pistola, così come la sua ragazza Teresella (pugliese d’origine trapiantata a Napoli con il padre), senza una apparente spiegazione al gesto estremo. Li trovano di fronte al mare luccicante di Santa Lucia stretti in un ultimo abbraccio disperato (forse un suicidio?).

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