Bambino Gesù

Quando appare un buon libro di poesia di una persona giovane ci si vorrebbe inginocchiare per strada, baciare il selciato dove passano tutti e dire: qualcosa di grande, di umanissimo abita ancora questa terra dura, questa gente che siamo, vile e piena di ingombri idioti. C’è aria per la nostra fame di respiro.

Questo libro piccolo per dimensioni edito dalla semplice e raffinata Nottetempo lo ha scritto, anzi composto anche procedendo da vari precedenti lavori, un poeta che stimo fin dal suo apparire manoscritto in una mia notte di quindici anni fa. È Daniele Mencarelli. Il libro Bambino Gesù è così titolato perché la più cospicua sezione di testi viene da un libro scritto quando il poeta era operaio all’ospedale romano per bambini che porta quel nome.

Un parte struggente, lieve e profonda dove lo sguardo discreto ma non reticente del poeta si posa sulla parte più fragile della nostra umanità. Una pietà senza sconti, dura, assoluta. L’impasto dello sguardo duro di Pasolini e di Giovanna Sicari. E speciali controtempi di una lingua mai artificiosa ma tesa.

Poi la parte dedicata al traffico, o meglio alla ricca serie di segni, di sovrappensieri e stupori improvvisi che lo colgono nella quotidiana fila per andare al lavoro. Infine la sezione dove appaiono i visi cari, anzi i mezzi gesti, le pieghe del volto, le consuetudini di un luogo appartato e però aperto all’universo. Una parte dove risaltano pezzi di mondo investiti da una gloria umile e alta: “il bar asilo di vecchi sfittati” o il vecchio che “soggiornava sulla porta/sempre seduto con la sigaretta appesa” e che “non s’è svegliato una mattina/proprio adesso che ristrutturano il palazzo”. Libro con momenti di forte visione, sopra i grandi elementi di sempre: la morte, il viaggio, la casa, la speranza. Ma con una nuova potenza, una nuova voce.

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