Processo a Kafka

di Marisa Cecchetti

Fare un processo a Kafka oggi e scriverci un romanzo – tre sono le autrici- è un’impresa quantomai originale, quasi surreale,  se il capo d’accusa è la follia e la pericolosità sociale di Kafka. E soprattutto  se si vuol processare un morto, quando ci sarebbe tanto da fare nei confronti dei vivi, oggi. In realtà questo processo  è uno strumento, tra le altre cose,  per parlare della mala gestione del potere, del mancato funzionamento della legge, dell’impotenza dell’uomo di fronte ad un sistema che schiaccia.

Gli anni tra fine ottocento e inizio novecento che Kafka ha vissuto (1883-1924) furono anni di grandi tensioni e trasformazioni a tutti i livelli, politico, economico, sociale, culturale, scientifico. Nato sotto l’impero asburgico, laureato in legge ma impiegato in un’agenzia di assicurazioni, ebreo agnostico che probabilmente si arrovellava su “tematiche religiose e spirituali”, figlio di un ebreo poco praticante e in rapporto conflittuale col padre di cui ammirava l’energia ma alle cui aspettative non sapeva rispondere, unico sopravvissuto di tre fratelli morti da piccoli, Kafka vive grandi lacerazioni personali e vive quelle del suo momento storico. E’ il  momento della crisi della classe borghese, nella nostra letteratura splendidamente rappresentato da Italo Svevo e drammaticamente interpretato da Pirandello.

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