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L’apocalisse sulla strada

di Loris Pattuelli

Dura la vita dopo l’apocalisse. Dura, ma ancora possibile. Per arrivare dalle parti del mare, bisogna incrociare città, campagne, centri commerciali, boschi, periferie e paesi.
Sulla strada di nuovo? Può darsi. C’era una pista felice che attraversava tutta la terra e, se guardi bene, c’è anche adesso.
Un uomo e un bambino la percorrono con un carrello pieno di barattoli, coperte e teli di plastica.
Hanno anche un kit di pronto soccorso e una pistola con due proiettili.
Amore è una parola di cinque lettere, proprio come morte, vita ne ha invece soltanto quattro, tre meno di libertà, sette meno di compassione.
Credo che la cosa abbia a che fare con la nostra idea di speranza, forse anche con il canto dei grilli e degli uccelli migratori.
Un uomo e un bambino si dirigono verso il mare e conservano un fuoco che promette di riportare tutto a casa.

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Piccola editoria italiana

di: Guido Tedoldi

Dopo la visita alla 19ª edizione di «Parole nel tempo», piccoli editori in mostra al Castello di Belgioioso (PV)

La piccola editoria italiana sta morendo. O magari stanno morendo soltanto i piccoli editori che da 19 anni hanno fatto di Belgioioso un appuntamento fisso di fine estate – e che per questa edizione hanno scelto di non esserci. Alcuni di loro, probabilmente, erano a Torino per i «Portici di carta», altra fiera della piccola editoria programmata negli stessi giorni, sabato 26 e domenica 27 settembre. Se hai un’azienda formata da poche persone e con un magazzino minimo, o sei di qua o sei di là. Sta di fatto che qua c’erano visibilmente parecchi stand in meno rispetto al passato.
Quest’anno, però, a Belgioioso è mancato anche il pubblico. Io ho assistito in prima persona a una decina di «Parole nel tempo» e ricordo edizioni (anche quella dell’anno scorso, 2008) in cui il pubblico era tanto che non c’era verso di spostarsi con efficacia tra i vari stand e le varie stanze del castello. Ci si pestava i piedi, ci si doveva contorcere tra braccia/gambe/teste per vedere bene un libro o anche leggere un certo titolo potenzialmente interessante. E non c’era verso di scegliere un orario migliore di un altro (tipo: vado la domenica all’ora di pranzo così i primi visitatori se ne sono già andati e gli ultimi verranno dopo mangiato) perché c’era sempre pieno.
Quest’anno no. C’era una specie di vuoto.

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Incontrare l’Altro

Nell’era digitale e pixeloforme di Facebook tutto appare fluido e semplice: con nonchalance cliccando su di un tasto si concedono amicizie e si elargiscono condivisioni che avranno la stessa (in)consistenza puramente virtuale della fotina o dei link che rubiamo da youtube a corredare il nostro profilo.

L’esperienza fondante dell’incontro autentico con l’Altro ( cioè, quello che Lévinas chiamava il nostro “sostituto”)- un’esperienza di carattere puramente sensuale ( nel senso che implica l’utilizzo necessario dei cinque sensi)- si riduce così ad essere una pratica surrogatoria o incidentale. In alcuni casi addirittura temuta: che cosa accadrebbe infatti alla nostra vita se l’amico di facebook si materializzasse davvero? Ecco così che quei lemmi –amicizia-condivisione- , di per sé tanto eticamente alti, servono talvolta ad oscurare la profonda solitudine di esistenze che si accontentano di dare-richiedere amicizia limitandosi a sbirciarne gli aggiornamenti nell’altrui profilo. Profilo: qui il termine è assai azzeccato, vista la superficialità di un contatto che è intrinsecamente inautentico, ridotto com’è quasi sempre ad un approccio meramente visuale ed unidimensionale. Il riscontro fisico con il nostro prossimo, il felice- o tragico- intersecarsi della nostra esistenza con quella altrui si arresta così sul confine di una collocazione del tutto fantasmatica e virtuale. In realtà già Shakespeare aveva previsto che uno dei meccanismi più efficaci attraverso cui si attuava la riduzione/reificazione dell’Altro stava nel relegare il nostro prossimo ad una condizione di immaterialità, di virtualità, di non-esistenza.

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La coscienza e il male

di Vito Mancuso

Credente o non credente, non c’ è uomo che non abbia a che fare con la lotta contro il male che è in lui, che lui stesso ha commesso, ma da cui un giorno egli sente che deve liberarsi, magari senza sapere come né perché. Riconoscersi colpevole del male commesso e giungere a riconciliarsi con chi ne è stato vittima è infatti un’ arte difficile, che, come tutte le arti, non sorge spontanea ma scaturisce da un lungo esercizio. La Chiesa cattolica, grande maestra al riguardo con secoli di esperienza alle spalle, ha sempre riconosciuto un’ importanza essenziale all’ arte del perdono tanto da elevarla a “sacramento”, cioè a segno concreto in cui incontrare l’ azione divina. Lungo la storia tale sacramento ha conosciuto almeno tre diverse modalità di amministrazione: la penitenza pubblica nell’ età patristica, la penitenza tariffaria nell’ alto medioevo, la penitenza privata a partire dal secondo millennio.

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Il libro che non vende

di Antonio Gnoli

Giulio Lattanzi è da quasi cinque anni a capo della Rcs libri. È un manager puro che tiene la barra dritta sul conto economico, che progetta strategie finanziarie, opera fusioni, alleanze, acquisizioni. Insomma è uno che per il mestiere che fa non piacerebbe all’ editore Giuseppe Laterza che, in un’ intervista apparsa su queste pagine, si è detto molto preoccupato del ruolo di queste figure che rischiano di alterare il mercato librario «Il manager», dice Lattanzi, «è un’ esperienza più complessa, meno caricaturale di come Giuseppe Laterza l’ ha dipinta». Converrà, che fare libri non è la stessa cosa del produrre automobili o panettoni. «Lavoriamo dentro un’ impresa con un forte tasso di innovazione, la cui molla culturale è la creatività. Più della metà del fatturato della nostra casa editrice proviene dai titoli nuovi che pubblichiamo. Non sappiamo in anticipo se venderanno bene. Ma siamo consapevoli che il loro successo è essenziale per l’ andamento della casa editrice. Il profitto non è un obiettivo, è un vincolo che vale tanto per l’ azienda automobilistica, quanto per quella che produce libri». Ma il successo non può essere la sola componente? «Pienamente d’ accordo.

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Gloucester

Enter GLOUCESTER, solus:

Now is the winter of our discontent
Made glorious summer by this sun of York;
And all the clouds that lour’d upon our house
In the deep bosom of the ocean buried.
Now are our brows bound with victorious wreaths;
Our bruised arms hung up for monuments;
Our stern alarums changed to merry meetings,
Our dreadful marches to delightful measures.
Grim-visaged war hath smooth’d his wrinkled front;
And now, instead of mounting barded steeds
To fright the souls of fearful adversaries,
He capers nimbly in a lady’s chamber
To the lascivious pleasing of a lute.
But I, that am not shaped for sportive tricks,
Nor made to court an amorous looking-glass;
I, that am rudely stamp’d, and want love’s majesty
To strut before a wanton ambling nymph;
I, that am curtail’d of this fair proportion,
Cheated of feature by dissembling nature,
Deformed, unfinish’d, sent before my time
Into this breathing world, scarce half made up,
And that so lamely and unfashionable
That dogs bark at me as I halt by them;
Why, I, in this weak piping time of peace,
Have no delight to pass away the time,
Unless to spy my shadow in the sun
And descant on mine own deformity:
And therefore, since I cannot prove a lover,
To entertain these fair well-spoken days,
I am determined to prove a villain
And hate the idle pleasures of these days.
Plots have I laid, inductions dangerous,
By drunken prophecies, libels and dreams,
To set my brother Clarence and the king
In deadly hate the one against the other:
And if King Edward be as true and just
As I am subtle, false and treacherous,
This day should Clarence closely be mew’d up,
About a prophecy, which says that ‘G’
Of Edward’s heirs the murderer shall be.
Dive, thoughts, down to my soul: here
Clarence comes.

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Tassonomia

Si tranquillizzino i cortesi blogghisti, non abbiamo intenzione alcuna di angosciarvi trattando di tasse o della legge finanziaria, per questo bastano i vari radiotelegiornali che, implacabili, entrano nelle nostre case proprio quando avremmo un gran bisogno di rilassarci dopo una giornata faticosa, seduti davanti a una tavola imbandita a gustarci un buon piatto. No, state tranquilli. Vogliamo parlarvi di un argomento che non tutti i sacri testi grammaticali riportano – essendo riservato agli addetti ai lavori – che va sotto il nome di “tassonomia” (tassonomia) e che, ripetiamo, non ha nulla che vedere con le tasse. La tassonomia, dunque, è quella branca della linguistica che si occupa del genere dei sostantivi in base alla loro appartenenza a questo o a quel settore delle classificazioni delle nozioni comuni, in assenza di ogni riferimento a un genere reale: non c’è un motivo che potremmo definire “logico” per cui, ad esempio, i sostantivi “oro” e “mano” debbano essere di genere, rispettivamente, maschile e femminile, se non il fatto che il primo proviene dal neutro latino “aurum” e il secondo ha conservato il medesimo genere che aveva in latino. Insomma, il genere vero e proprio dei sostantivi non è motivato in quanto corrispondente al “sesso”; occorre distinguere, quindi, il genere “vero”, “reale” da quello grammaticale, dovuto a una convenienza e privo, per tanto, di corrispondenza nel mondo extralinguistico.

Fausto Raso

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