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Il verso del moto

Narda FATTORI
Il verso del moto
Mobydick (Faenza, 2009)
Prefazione di Anna Maria Tamburini

*

Dei cinque volumi di poesia finora pubblicati da Narda Fattori, ne conosco tre, quindi più della metà e nessuna delle sillogi ricalca le precedenti, pur mantenendosi intatte le strutture portanti della sua scrittura.
“ Il verso del moto”, mi appare maggiormente diretto alla semplificazione del discorso poetico, molto più aperto alla lettura delle sue intime riflessioni, di donna, di madre, di artista che lavora con e sulla parola.
Ho già detto, recensendo un altro bravo poeta suo conterraneo, di come la poesia emiliano –romagnola abbia delle peculiarità che, pur nelle ovvie differenziazioni, accomuna i veri poeti di questa matrice.
C’è la voglia di parlare di sé, ma non per esibire, piuttosto per operare un lavoro di demistificazione dalle artificiosità di cui è infarcita tanta parte della produzione poetica dei nostri giorni.
Credo di poter sostenere che la Fattori, in questa silloge, raggiunge punte di semplicità talmente raffinate da scombussolare l’anima: “Si fa dappresso il tramonto/ che allunga le sue ombre/ fra le zittite fronde della sera”.
Come non riconoscersi in questi versi, come non riconoscere il nostro personale tramonto e quello dei nostri ideali, il palpito segreto e inquietante, l’eco di mille domande rimaste senza risposta?
Onestamente, poco mi importa che l’opera sia divisa in quatto o quattrocento movimenti, questa è solo una scelta dell’autrice, che non mi sento di apparentare al “guscio di una chiocciola o all’apice di una conchiglia” , come mi è capitato di leggere in una colta recensione che le è stata dedicata, ma certo è una mia grave manchevolezza.

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Nino Orsini

“Nino Orsini – fissa Pietro Mazzamuto nella sua relazione al Convegno tenutosi a Palermo il 30 Novembre 1995 – ebbe coscienza per tutta la vita di essere poeta e scrisse, attingendo alla sua condizione di uomo e di siciliano, sempre versi in dialetto.”
Giusto a partire da questa enunciazione intendiamo rievocare, a oltre venticinque anni dalla morte, la figura e l’opera di Nino Orsini (Palermo 1908-1982).
Agli inizi degli Anni Trenta, Nino Orsini frequenta Ugo Ammannato, Emilio Ruisi, Pietro Tamburello. Il GIORNALE DI POESIA SICILIANA, nel numero di Giugno 1988, propone, a firma di Pietro Tamburello, un ricordo di Vito Mercadante: “Tra le mie cose più care conservo uno foto (del 1933, riprodotta in calce all’articolo) in cui, con Nino Orsini e altri amici, ci stringiamo intorno al suo sorriso nel giardino della sua casa. Qualche anno ancora e la poesia siciliana avrebbe perduto la dolcezza di quel sorriso.”
Con Ugo Ammannato, Nino Orsini aderì al cenacolo fondato e diretto nel 1932 dal poeta e critico antifascista Santi Sottile Tomaselli, ed entrambi collaborarono al quindicinale SICILIA BEDDA che il cenacolo pubblicava, preferendolo al PO’ T’Ù CUNTU di Peppino Denaro e Giuseppe Ganci Battaglia che pure era in auge.
QUATTRU ZUTTATI, lavoro d’esordio di Nino Orsini, vide la luce in Palermo nel 1934. Con prefazione dell’autore, esso si articola in una prima parte che raccoglie nove ottave e un sonetto e in una seconda parte costituita da uno scherzo poetico in due canti per complessive quarantadue ottave siciliane titolato LA CURSA.
Nella Palermo di fine 1943, Federico De Maria venne a trovarsi a capo di un nucleo di giovani poeti dialettali: Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro, e nell’Ottobre 1944 venne fondata la Società degli Scrittori e Artisti di Sicilia.

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Rigurgiti d’animo

di Nicoletta Solinas

Nota di Franz Krauspenhaar.

Questa composizione a “stazioni” della genovese Nicoletta Solinas è un tentativo di mettere insieme, in un linguaggio anarchico che sta tra la poesia “beat” e il linguaggio della canzone, specie quella rock, un’espressività diversa, diretta e allo stesso tempo camuffata. La Solinas, sorta di “strega cittadina” (è nata e vive a Genova, la città dei cantautori italiani più profondi e incisivi) grida le sue invocazioni meticciate: spesso si tratta di considerazioni fatte a voce alterata di una condizione di difficoltà, spesso si tratta di urli fatti contro la luna, simbolo di vitalità nel dolore e nella protesta. Questi “rigurgiti” sono solo apparentemente disordinati: in realtà la composizione ha una sua unità di intenti, una specie di testimonianza, originale e a tratti dirompente.

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Camminando camminando

E’ un settembre di lutti per la poesia.
E’ morto Luciano Morandini, una delle personalità che più hanno dato alla cultura friulana (e non solo) nelle ultime decine di anni, ma soprattutto un uomo di grandissimo spessore, un esempio. Ci piace ricordarlo con grande affetto anche qu
i.

Camminando Camminando. In ricordo di Luciano Morandini.
Di Maurizio Mattiuzza

Alla domanda “come va” mi rispondeva sempre “si resist” trasmettendomi così, col suo linguaggio asciutto, quella passione e quell’impegno civile che sono stati una delle coordinate più forti della sua vita. L’inganno del tempo che scorre, tranello per tanti poeti, Luciano Morandini l’ha evitato in questo modo, resistendo e vivendo con forza lucida il suo cammino di uomo inserito ogni giorno nella storia. Un sentiero che ha percorso senza paura, intessendo la ricerca personale e politica con il filo spesso di una scrittura ora dolce ora severa, ma sempre capace di una lirica alta e attuale. Una poesia che Morandini, proprio come Saba, ha voluto soprattutto onesta. Aveva passato tante esperienze Luciano, scrivendo, fondando riviste e partecipando a stagioni memorabili della cultura italiana. Mi parlava dei suoi incontri con Pasolini, di Biagio Marin e dei poeti dell’allora Jugoslavia coi quali aveva avuto in quei tempi, pioniere assoluto, scambi profondi. In quei discorsi, tra quei ricordi, però non ho mai sentito nostalgia o arcadia, ma stimolo e voglia di confronto. Parlarne era per lui, io credo, soprattutto un’ occasione per marcare una differenza e dare forma a un suo disagio, ad una certa preoccupazione per i tempi odierni, così chiassosi e superficiali. Luciano non ci lascia lezioni, non lo avrebbe voluto. Il suo lascito è un esempio, un’attitudine che spinge a cercare giustizia e dare amore scrivendo poesia autentica.

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Ultima, l’orma

di Maria Grazia Calandrone

E viene il giorno che lui appare
e non sai come accarezzargli il viso
perché è carne da sogno.
Diceva il mondo ti trasforma in una cosa morta
diceva questo delle cose del mondo
diceva sdraiati
accanto a me nel solco delle ruspe, adesso io posso
accarezzarti il viso
tra questi cardi senza peso oltre la prima ansa del torrente – vieni
diceva, devi farlo
adesso. Così egli accolse la sua madre in cielo
la spinosa piumata
con un cuore di acacia
che lo mutava in una cosa morta. Lui
non può stare vivo e non puoi farlo
morire se non di questo disgraziato amore, perché tu porti
le conseguenze di quel che hai incominciato
dove il caldo del corpo fa quelle vasche di consolazione e nei travasi
il suo vivere è stato suscitato
trasparente e molteplice come un cristallo di sale: tu devi farlo
evaporare adesso
su una strada in salita tra i cedri
perché sia quella riva invisibile che hai guardato bruciare – flamma
nominis
– nella dolcezza della combustione
un giorno – allontanarsi
lasciando l’orma del costato nel fango
e l’impronta del piede sinistro
nella roccia come ultima traccia sulla terra così che si giustifichi
il mio sangue con l’eco di una stella morta
un ardore di scimmia che l’occhio non vede.

Vox Domini super aquas come una cosa flagellata e santa
su le cupole d’oro di una città in attesa dove splende
la luce del sabato
ma cisterne sepolte come campane e derive di bozzoli funerari o Maria
egizia – flamma
nominis
– o
creatura dell’aria
con spighe rovesciate come lame a protezione del cuore
mostrati solo
illuminata dal sole
come per benevolenza, mostrati come ferro sulla pietra
e sepolta sotto i blocchi della basilica con acqua
che si dissolve sulle cupole per le arti statiche mentre lasci
che attraverso te passi
la chimera dagli occhi trasparenti che qui dicono amore et
annulli me, questo beato niente.

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Ho parlato con le cose

Di Carmine Vitale

Ho parlato con le cose

Perché le parole sono sporche

Sulla facciata di una chiesa una volta lessi

Che è difficile pisciare controvento

E cosi anche queste poche lettere

Hanno perso consistenza

Si sono lacerate

Ridotte a brandelli

C’è questa perdita enorme d’innocenza

Come se non si potesse mai più tornare indietro

Ma è nel cuore che non posso entrare

È stato chiuso

Come un locale pronto alle ferie

Quando devi ricevere una notizia

Vorresti sempre quella buona prima

Perché la cattiva già la sai

L’hai commessa

C’è un palazzo maestoso

Si consegnano fiori agli ospiti

E per le conseguenze tocca all’amore

Perdonare

Barare

Fuggire

Diceva una poesia che quando fa male

Torniamo su certi luoghi

A pensare al primo amore

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Taci anima stanca di godere

Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita,
in un’indifferenza disperata.
Noi non ci stupiremmo
non è vero, mia anima, se il cuore
s’arrestasse, sospeso se ci fosse
il fiato…
Invece camminiamo.
Camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi sono alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduta ha la sua voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.

Camillo Sbarbaro

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